Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

giovedì 30 aprile 2015

"Signo te signo crucis..."


Bernard Tissier de Mallerais
vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio





“Signo te signo crucis et confirmo te chrismate salutis”, così il Vescovo nella solenne cerimonia delle Cresime, nel rito millenario con il quale la santa Chiesa conferisce lo Spirito Santo (Atti degli Apostoli, XIX, 6).

Venerdì 1 Maggio ad Albano ancora una volta un successore degli Apostoli, S.E. Mons.Bernard Tissier de Mallerais, conferirà questo bel sacramento , a 24 giovani; la Cresima dà la forza e la capacità di confessare pubblicamente la fede cosa che costituisce una vera esigenza per il cristiano cresimato.

Per i nuovi soldati di Cristo comincerà dunque una missione: quella di testimoniare pubblicamente la loro fede e la loro appartenenza alla santa Chiesa, e di portare sulla fronte il “segno” indelebile della Croce del Salvatore.

Mons. Tissier de Mallerais, laureato in Scienze biologiche, ha raggiunto Marcel Lefebvre sin dal 1969 a Friburgo e ha partecipato alla fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Nel 1975 fu ordinato sacerdote da mons. Lefebvre a Ecône. Intimo di mons. Lefebvre, ha assunto al suo fianco importanti responsabilità, in particolare come rettore del Seminario di Ecône. Il 30 giugno 1988 fu consacrato vescovo insieme con altri tre sacerdoti senza l'autorizzazione della Santa Sede da monsignor Marcel Lefebvre e da mons. Antônio de Castro Mayer. La sua e le altre tre consacrazioni erano necessarie vista la grave crisi teologica e morale in cui,, versa la Chiesa cattolica.

Nel 2002 ha scritto la più accurata biografia del vescovo Mons. Marcel Lefebvre (traduzione italiana) "Mons. Marcel Lefebvre Una vita", Tabula fati,Chieti, 2005).

Il 21 gennaio 2009 papa Benedetto XVI ha rimesso la scomunica latae sententiae emessa il 1º luglio 1988. Come tutti i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

martedì 28 aprile 2015

"Un solo Dio, una sola fede"!


Penso, che ne valga la pena soffermarsi un attimo su questo tema per riflettere un pò sul valore che diamo noi alla nostra fede.

Che significato hanno per noi, per la nostra vita quotidiana, quelle parole che innumerevoli volte avremo ripetuto:" Io credo in Dio"?

Rappresentano forse una realtà piuttosto astratta che nella vita pratica non impegna più di tanto la nostra persona...?

Oppure sono semplicemente parole che pronunciamo durante una preghiera, senza però neanche renderci conto del senso profondo di queste e quindi delle conseguenze, che ne dovremmo trarre per noi stessi e per la nostra condotta...?

Non accontentiamoci mai della superficie delle parole senza cercare di penetrare nel fondo della cosa! Noi crediamo in Dio - si, certo, e lo amiamo, sapendo che tutto ha creato e ch'Egli è il nostro unico fine e il nostro eterno riposo. Con viva gioia quindi a Lui rivolgiamo le parole di S.Agostino: " Ci hai fatto per te, o Dio, e il nostro cuore sarà inquieto finché non riposerà in te ".

La fede in Dio è una cosiddetta virtù teologale, per essere precisi: è la prima delle tre virtù teologali, che insieme alla grazia santificante vengono infuse nella nostra anima nel momento del battesimo.

La fede come tale dunque è soprannaturale: supera infinitamente ogni conoscenza naturale che possiamo avere del Creatore; per i sensi la fede manterrà quindi sempre un lato oscuro, proprio perchè il suo oggetto è Dio stesso e i suoi misteri. Essendo però contenuto della fede cattolica rivelato da Dio e in seguito trasmesso dalla Chiesa, questa fede è certa e costituisce la base della nostra speranza. Noi, che siamo stati battezzati, abbiamo quindi ricevuto quel seme, che secondo il Vangelo contiene un nuce quello che un giorno dovrà diventare la vita eterna in Paradiso, un albero enorme, sui rami del quale gli uccelli vi porranno i loro nidi. Avendo però ricevuto il principio, dovremmo trarne le conclusioni:

è necessario che noi mostriamo le nostre opere ( e non solo in queste, ma in tutta la nostra condotta) la nostra fede, sapendo che la fede senza le opere è morta "Gv 2,17 ".

Ricevuti i germi della fede, dobbiamo sentire in noi questo desiderio sincero di vivere questa fede, di divenirne testimoni!

Noi siamo stati creati per Dio, cioè, per la sua gloria; lo dobbiamo glorificare: ecco lo scopo della nostra vita. " La vita e un moto; essa s'agita, s'affanna, avanza, per giungere dove? Alla gloria di Dio; e se non giunge là, va a finire nella morte. Le azioni della vita sono molteplici quanto mai, ma il suo fine è uno: e se le sue azioni così molteplici non sono dirette a quell'unico fine, la si vuota".

Se volessimo dire come S. Luigi Maria Grignion de Montfort ha vissuto la sua fede, dovremmo considerare tutta la sua vita ! Grandet, il suo primo biografo, afferma che " tutte le sue azioni, i suoi pensieri, le sue parole e le sue sofferenze erano animate da una fede molto viva ed egli stesso viveva di fede. Justus ex fide vivit ".

In nessun momento della sua vita le difficili prove che dovrà affrontare, lo indurranno a dubitare, a perdere qualcosa della totale fiducia nella Provvidenza. Al contrario, lo condurranno a purificare e ad accrescere la sua fede.

S.Luigi Maria crede in un Dio che lo ama, in un Dio che ha cura di lui, un Dio che non gli può mancare. Solamente questa fede può spiegare l'attegiamento di semplice, filiale e inesauribile fiducia nella Divina Provvidenza. Dopo la morte del suo benefattore, il prete de la Barmondière, quando si trovò nella totale insicurezza per il suo avvenire, S.Luigi scrisse allo zio Alain Robert il 20 settembre 1694: " Ho nei cieli un Padre che non manca mai ".

Con una tale fiducia in Dio , Montfort sa che non deve preoccuparsi di nulla. nella sua preghiera infuocata il santo dà prova di questa ferma fede. Egli si rivolge a Cristo in questi termini " Che cosa Vi chiedo? Vi chiedo ciò che Voi potete, anzi - oso affermare - dovete concedermi ". Con audacia di santo, sembra quasi di porre in qualche modo Dio nella situazione di doverlo esaudire: " Signore, alzatevi ! Perchè fingete di dormire? Alzatevi con tutta la Vostra Onnipotenza, Misericordia e Giustizia ". Ma bisogna rendersi conto di cosa chiedere : " Nulla per me, tutto per la Vostra Gloria ".

La fede ferma del nostro santo, o meglio: tutta la sua vita in coerenza con questa fede, oltre ad essere ovviamente in primo luogo una grazia concessagli per l'intercessione della SS.ma Vergine, era frutto di una lotta continua contro soprattutto sè stesso, un morire continuo ai propi interessi, uno stradicamento radicale dell'amor proprio per far posto a Cristo e alla sua grazia. E il suo modello in questo combattimento era la Madre Celeste: " Bisogna agire guardando a Maria come modello perfetto di ogni virtù e santità, plasmato dallo Spirito Santo in una semplice creatura perchè lo imitassimo secondo le nostre povere capacità. A tale scopo dobbiamo studiare e meditare tutte le grandi virtù da Lei esercitate nel corso della Sua vita. In modo particolare la fede viva con la quale credette senza esitare alla parola dell'angelo. E credette fedelmente e con costanza fino ai piedi della croce sul Calvario ...."

Anche per noi Maria Santissima deve diventare modello sublime di tutte le virtù. la nostra Madre Celeste però non si limiterà a farci da modello, ma ci comunicherà la Sua stessa fede, poichè la SS.ma Vergine, beneplacido dell'Altissimo, non perse la fede entrando nella gloria, ma la mantenne per conservarla a favore dei Suoi più fedeli servi.

Auxilium christianorum ora pro nobis

lunedì 27 aprile 2015

UN’ANTICA SUPPLICA ALLA BEATA VERGINE MARIA DILUVIO DELLE GRAZIE



Beata Vergine Maria Diluvio delle Grazie 


“O Maria Santissima del diluvio delle grazie”., gettata nella più desolante angustia, son venuta a buttarmi ai tuoi piedi per essere da te esaudita.
Povera me! Se tu non ci mettessi la tua mano, io sarei certamente perduta!
Tanti, vedendomi così afflitta, mi hanno detto: se vuoi la grazia in questa circostanza, devi andare a pregare la Madonna del diluvio delle Grazie, alla quale chiunque ricorre per grazia, certamente la ottiene.
Non vi è un solo esempio al mondo e in tutta la storia dell'umanità, che uno sia a Lei ricorso ed è rimasto poi senza grazia.
È per questo che io, benché fossi una povera ed indegna peccatrice, pure nella tribolazione che mi opprime, ho avuto fiducia di venire a piangere a Te con gemiti, con sospiri e con ardenti lacrime, che mi piovono dagli occhi: a Te grido, a Te alzo le mani invocando grazia.
O me sventurata, se sola, ad esempio unico nel mondo, non ottenessi la grazia sospirata!
O Vergine  Santa e piena di grazia, io ho tutta la speranza che mi farai la grazia: da Te l'aspetto, che sei la mamma di tutte le grazie. Me lo dice il cuore che Tu mi esaudirai, altrimenti, che succederà di me afflitta e sconsolata?
Se Tu non mi ascolterai, senti che farò io, o Mamma di grazie: inginocchiata a Te dinanzi Ti strapperò il manto. Ti stringerò le mani. Ti bacerò i piedi. Te li bagnerò di lacrime e tanto starò, tanto piangerò, gridando, fino a quando Tu, intenerita e commossa, mi dirai: "Alzati che la grazia te l'ho fatta".
Ed ora che hai sentito quel che io farò, che mi dici, o Mamma di grazie? Che mi rispondi? Mi devi aiutare? Mi concederai questa grazia? Ah! Sii buona quale sei. son certa che me la farai!
L’aspetto questa grazia dai tuoi occhi di grazia; l'attendo da quella tua bocca, che solamente allora si apre, quando ha da annunciare una grazia; la desidero da quella fronte, da quel seno, da quelle mani, da quei piedi, da quel tuo benedetto e materno cuore, tutto ripieno di grazie.
Grazia, grazia ti chiedo, o Mamma di grazie, fammi grazia nella disgrazia: e la chiedo con tutto il mio cuore, Te la chiedo con la voce di tutti i bambini della terra, che sono anime innocenti, di tutti gli innamorati di Te, di tutti i più fervorosi figli e tuoi devoti. Da Te dunque l'aspetto, Tu me la farai.
Ti prometto, o Mamma di grazie, che fino a che la mia ménte avrà un pensiero, la mia lingua un accento, il mio cuore un palpito, sempre, sempre a Te griderò. E nelle ore del giorno e della notte ti sentirai chiamare: "O Mamma di grazie, fammi la grazia".
Quel grido, o Mamma, sarà il mio sospiro e la mia speranza.
Così ci lasciamo, o Mamma, santa Madre e così sia

7 Ave Maria 
Mater 
Divinae Gratie
Ora pro nobis

domenica 26 aprile 2015

Quelle strane ombre sulle “dimissioni” di mons. Finn…



I giornali di tutto il mondo, compresi quelli italiani, lo hanno accusato di pedofilia. Eppure lui non ha mai commesso abusi sessuali, non ha mai molestato, né tanto meno sfiorato minori. Non gli è mai stato trovato alcunché di compromettente. Non è mai stato oggetto di denunce. Ciò nonostante, oggi mons. Robert W. Finn, 62 anni, Vescovo di Kansas City-St. Joseph è stato rimosso dalla “Chiesa della misericordia” «in conformità al canone 401, comma 2 del Codice di Diritto Canonico» ovvero «per grave causa», avendolo ritenuto non più «in grado di svolgere il proprio ufficio». O meglio: per esser più precisi, tecnicamente papa Francesco avrebbe soltanto accolto le sue dimissioni, lo scorso 21 aprile. Dimissioni, tuttavia, presentate dopo esser stato «vivamente invitato a rassegnarle», come riportato sull’agenzia LifeSiteNews. Già la decisione del Vaticano di sottoporre mons. Finn ad indagine ha sorpreso molti: numerosi sono infatti coloro, anche ai piani alti della gerarchia, lasciati al proprio posto, nonostante debbano o abbiano dovuto affrontare accuse pesanti, anche nel campo della morale sessuale. Ma tant’è. Ora mons. Finn, pur restando Vescovo, è stato privato della sua Diocesi. Una vicenda, che ricorda quella analoga patita da mons. Rogelio Ricardo Livieres Plano, pure «esonerato» dalla guida della Diocesi di Ciudad del Este, in Paraguay (per leggerla, cliccare qui ->).

Quale grave causa, dunque, avrebbe reso inadatto il Vescovo di Kansas City-St. Joseph? Un gran giurì della contea gli ha contestato l’omessa denuncia di un suo prete, padre Shawn Ratigan, finito nei guai per alcune foto trovate sul suo computer, definite dalla stampa ora pornografiche, ora addirittura pedopornografiche. Per queste immagini don Ratigan è stato arrestato e condannato a 50 anni di carcere. Il Vescovo, secondo l’accusa, avrebbe contattato troppo tardi le autorità per segnalare la situazione, benché avesse chiesto già una valutazione psichiatrica sul sacerdote. Valutazione, che lo trovò depresso, non pedofilo. E benché fosse stata già avviata in Diocesi un’indagine indipendente. Avrebbe potuto agire più tempestivamente? Mons. Finn, già nel maggio 2011, chiese scusa per questo, ma nel 2012 venne comunque condannato a due anni di libertà vigilata. Eppure – lamenta Bill Donohue, presidente della Catholic League - «nessun bambino è mai stato sfiorato o abusato e nessun padre ha mai sporto denunce per molestie ai danni della propria figlia». Ed ha concluso: «Ringraziamo mons. Finn per aver ripulito il brutto pasticcio, che aveva ereditato. Per chiunque gli succeda, il lavoro ora sarà molto più facile». Strano. Molto strano. Qui suona un campanello d’allarme. Quale brutto pasticcio?

Mons. Finn era da molto tempo nel mirino della Sinistra americana e dell’ala progressista della Chiesa per gli sforzi profusi nel promuovere la Dottrina della Chiesa e la Tradizione. Fu tra i primissimi ad incoraggiare la celebrazione della S.Messa tridentina già ai tempi di Giovanni Paolo II, in applicazione della lettera circolare Quattuor abhinc annos.

Sin dal suo ingresso in Diocesi, nel 2005, mons. Finn fu reso oggetto di attacchi sempre più al vetriolo per aver subito introdotto in loco significativi cambiamenti di rotta, modificato incarichi e programmi. Sotto la sua guida, la Diocesi ha conosciuto un’esplosione di vocazioni sacerdotali, ha aperto la causa di canonizzazione di una religiosa e supervisionato la costruzione di due nuove chiese. Il 15 marzo 2010 provocò un nuovo mal di pancia al mondo catto-progressista, accogliendo, nell’antico Oratorio cattolico di San Patrizio, la promessa solenne secondo il rito tridentino di dieci novizie della famiglia benedettina di Maria, Regina degli Apostoli, consacratesi a Dio con la professione dei voti perpetui.

Ancora: nel 2013 intimò al National Catholic Reporter, testata di punta del catto-progressismo americano, di «rimuovere l’aggettivo ‘cattolico’ dal proprio titolo», essendo «tutto tranne» che questo. Il giornale, infatti, condannava apertamente la Dottrina della Chiesa su temi quali l’ordinazione femminile, la morale sessuale, la contraccezione artificiale; inoltre, diffondeva «teologie dissidenti», tali da respingere – dichiarò mons. Finn – «dichiaratamente ed in più punti quanto stabilisce il Magistero». Una curiosità: il Reporter è stato, guarda caso, proprio tra coloro che per primi chiesero la testa del prelato, mostrandosi anzi scocciato per il fatto che ancora non si fosse dimesso. Anche questo è molto strano.

«E’ stato un onore ed una gioia per me servire in mezzo a tanta brava gente di fede», ha scritto mons. Finn in un messaggio di commiato, apparso sul sito web della sua (ormai) ex-Diocesi: «Invito a cominciare sin d’ora a pregare per il prossimo Vescovo di Kansas City-St. Joseph, chiunque sia colui che Dio vorrà chiamare». Il Pontefice ha temporaneamente nominato amministratore apostolico, sino all’arrivo del successore, l’Arcivescovo Joseph Naumann.

Ma non tutti cantano col coro: Madre Cecilia, priora delle monache benedettine di Maria Regina degli Apostoli, ritiene che il pensiero di mons. Finn sia stato completamente travisato dalla campagna mediatica sferrata contro di lui: «Il nostro Vescovo è un uomo che ispira fede, santità ed un grande zelo per le cose di Dio – ha dichiarato all’agenziaLifeSiteNews – Mi si spezza il cuore all’idea che tante persone conoscano di lui soltanto quel che sentono dalle urla dei media e delle agenzie di stampa, scagliatesi sin dall’inizio contro di lui per mero pregiudizio. Dieci anni fa mons. Finn è stato gettato in mezzo ad una Diocesi da tutti conosciuta come focolaio di eterodossia e dissenso. Subito introdusse necessari ed importanti cambiamenti: coloro ai quali tutto ciò ha provocato qualche dispiacere, non hanno dimenticato, né perdonato». Il che fa scattare l’ennesimo campanello d’allarme: il sospetto cioè che, in realtà, l’intera vicenda possa acquisire il sapore amaro della vendetta.

Nonostante la campagna diffamatoria scatenata nei confronti del Vescovo, Madre Cecilia ha notato su LifeSiteNews come egli abbia persistito e proseguito la propria opera con umiltà e fedeltà alla Chiesa: «Il nostro Vescovo ha sopportato e sofferto tanto in questi anni – ha dichiarato – Continuo ad esser stupita ed affascinata dalla sua umiltà, dalla sua carità e dalla sua paziente rassegnazione in mezzo ad attacchi implacabili». Dall’esterno, ma soprattutto dall’interno. fonte: NoCristianofobia

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sabato 25 aprile 2015

«Beatificazione di gruppo per 80 preti uccisi dai partigiani comunisti» di Andrea Zambrano


Funerale per le vittime dei partigiani


«Questi sono i nostri beati». È questa l'ambiziosa “proclamazione” che il mensile di apologetica cattolica Il Timone propone ai lettori in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione. Un dossier accurato e coraggioso, quello del mese di Aprile, in cui si affronta partendo dalla storia del beato Rolando Rivi, ucciso dai partigiani comunisti in odio alla fede sul finire della seconda guerra mondiale, le storie degli altri preti uccisi dalla violenza rossa. E ci si chiede che fare della loro memoria adesso che la Chiesa, con la beatificazione del seminarista martire, ha sancito che nel biennio '44-'46 si moriva in odium fidei.

È nato così un dossier di 12 pagine nel quale raccontare le storie degli oltre 80 preti uccisi dai partigiani la cui morte può essere attribuita a odio politico religioso. L'ambizione, spiega già nel titolo il mensile è chiara: «Proporre la beatificazione collettiva: saranno i nostri martiri del Triangolo della morte».

L'operazione è trasparente: «Dei 150 preti uccisi dalla violenza rossa, nel clima di vendette e ritorsioni, un buon numero trovò la morte perché apertamente simpatizzante del Regime fascista e dunque compromesso, anche se un prete ucciso, da una parte o dall'altra, porta sempre dietro di sé un aberrante sacrilegio. Pochi cadono vittime di errori e vendette personali per questioni banali: eredità, prestiti etc...». «Ma c'è un numero – fa notare la rivista – che una ricerca storica degna di tal nome deve incaricarsi di definire in maniera scientifica e che attualmente si aggira sulle 70-80 unità che trova la morte in un contesto ideologico-politico».

In sostanza, secondo quanto ricostruisce il Timone, furono uccisi perché tenacemente anticomunisti. Avevano capito che mentre si combatteva la guerra di Liberazione le formazioni marxiste stavano utilizzando quel vasto movimento insurrezionale in vista di un'imminente rivoluzione comunista. Si tratta per lo più di preti emiliani e friulani, uccisi perché dal pulpito condannavano non solo le aberrazioni della guerra, ma anche l'ideologia marxista che ispirava i princìpi di molte brigate partigiane.

Il dossier si avvale di testimonianze di preti scampati ad agguati che erano finiti nella lista nera, come quella di don Raimondo Zanelli, oggi 85enne. Ma anche di documenti, tra cui lettere e diari, in cui viene mostrata la pianificazione strategica della caccia al prete da parte dei partigiani comunisti che non accettavano un disimpegno nella causa della Resistenza da parte di quei preti che non condividevano le impostazioni ideologiche delle Brigate Garibaldi.

Ma la parte centrale del dossier racconta le storie di religiosi il cui ricordo oggi rischia di perdersi defintivamente con la morte degli ultimi testimoni. Da don Luigi Lenzini, la cui causa di beatificazione è già a Roma a don Umberto Pessina, ucciso per il suo zelo anticomunista e sulla cui morte la giustizia ha detto una parola definitiva solo 40 anni dopo aver vinto la cortina di fumo del Pci che conosceva i veri assassini e lasciò condannare un innocente. Ma c'è anche don Francesco Bonifacio, il santo degli infoibati. Senza dimenticare le storie di don Augusto Galli, ucciso perché nella lista nera e infamato successivamente con l'attribuzione di un'amante, e don Giuseppe Iemmi, che dal pulpito condannò l'uccisione di un fascista e venne freddato dai partigiani.

Le accuse per coprire quelle uccisioni venivano sempre giustificate attraverso un canovaccio che molto spesso ha retto alla prova degli anni anche per l'assenza di rigorosi processi giudiziari. Per alcuni lo spionaggio ai nazifascisti, per altri l'infamia di un'amante, per altri ancora l'attività anti-resistenziale o anche solo aver ospitato in canonica un fascista in fuga. Accuse politiche dunque. Ma come fa notare don Nicola Bux nel suo contributo, «per diminuire la portata del sacrificio dei cristiani fin dai tempi di Gesù, si è cercato di giustificare le uccisioni per motivi politici e non per odium fidei. In realtà le due cause si fondono perché l'amore per la Patria è una virtù cristiana e perché nel sangue dei sacerdoti uccisi anche di quelli di cui non si conosce neppure il nome è presente una teologia della persecuzione che ha sempre accompagnato la vita della Chiesa».

Ma c'è anche un aspetto che a 70 anni merita di essere ricordato: è la straordinaria avventura dei partigiani bianchi, cattolici, che morirono gridando “Viva Cristo Re” e che a differenza dei partigiani comunisti – come spiega lo storico Alberto Leoni – «agivano nel rispetto della popolazione civile». Si fanno largo le storie di Giuseppe Cederle o Aldo Gastaldi “Bisagno”, ma anche di Franco Balbis. E non possono mancare le vicende epiche dei partigiani uccisi da altri partigiani, come il caso del comandante cattolico della Sap di Reggio Emilia Mario Simonazzi “Azor” i cui assassini, certamente partigiani, non vennero mai trovati. A indagare sulla sua morte una figura straordinaria di cattolico, partigiano e giornalista: Giorgio Morelli, che diede vita ad un'avventura editoriale con la Nuova Penna, nella quale per primo denunciò le uccisioni ad opera dei partigiani comunisti nel Triangolo della morte. Per questo suo impegno venne fatto oggetto di un agguato e morì per le conseguenze dello sparo poco tempo dopo. Anche lui un martire del Triangolo rosso.

venerdì 24 aprile 2015

Nostra Signora di Bonaria, proclamata nel 1908 da San Pio X Patrona massima della Sardegna.


RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII
IN OCCASIONE DELL'INCORONAZIONE DELLA
VERGINE SS.ma DI BONARIA*

Mercoledì, 16 aprile 1958


Da lungo tempo nutrivamo il desiderio di rivolgervi una Nostra parola, diletti figli e figlie della nobile Sardegna, tradizionalmente fedele a questa Sede Apostolica, per manifestarvi il Nostro paterno affetto e la stima e la fiducia che riponiamo in voi, quasi ridesti, in questi ultimi anni, a novello fervore di vita e di opere. Siamo pertanto grati alla divina Provvidenza per averne disposta l'occasione in questa solenne giornata, in cui il buon popolo sardo, guidato dai suoi zelanti Pastori, insieme con le Autorità civili, è accorso al sacro colle di Bonaria, per stringersi in un solo palpito di fede, presso il trono della Vergine, come per riconfermarLe, con pio plebiscito, il titolo di Patrona Massima dell'Isola, già sancito, or sono 50 anni, dal santo Pontefice Pio X. Ammirando con lo spirito, nell'incantevole cornice del vostro bel cielo e delle splendenti marine, lo spettacolo di esultanza religiosa, da voi offerto in quest'ora agli sguardi della Patria celeste e della terrena, il Nostro cuore si allieta, bramoso di precedervi, com'è vostro desiderio, nell'omaggio alla comune Madre e Regina, che maternamente vi abbraccia nella totalità delle famiglie, dei ceti, delle istituzioni regionali, come sua particolare eredità. Siamo certi che voi, nutriti di pensieri e di sentimenti cristiani, consentirete con Noi, se affermiamo che la Sardegna, a giusto titolo, si può considerare eredità e dominio di Maria, e che tale vuol restare nel futuro. L'atto solenne del soprannaturale possesso dell'Isola da parte di Maria fu segnato, per dir così, sul colle di Bonaria, allorché, secondo una pia tradizione, proveniente da ignoti lidi, vi approdò il suo prodigioso Simulacro, da circa sei secoli venerato e custodito gelosamente, come celeste palladio della città di Cagliari e della intiera Sardegna. Quell'evento, circonfuso da delicata aura di tenera pietà mariana, sembrò coronare la precedente storia religiosa dell'Isola, le cui luminose pagine si distinguono per essere improntate dalla fedeltà alla Sede di Pietro, fin dai secoli remoti. La Sardegna, infatti, quasi nodo delle vie marittime percorse dalle multiformi civiltà mediterranee, oggetto di dispute e di brame tra regni ed imperi per la prosperità del suo ruolo e la sua vantaggiosa posizione, così prossima a Roma ed al suo influsso, conobbe ed accolse per tempo il cristianesimo. Resta suo vanto l'aver dato ospitalità a non pochi ed insigni cristiani della chiesa Romana, colà esiliati dal furore delle persecuzioni, tra i quali il futuro Papa Callisto ed il suo successore Ponziano, che intrise la terra sarda col suo sangue versato per Cristo. Dal canto loro, i Romani Pontefici, con ininterrotta sollecitudine, quando non ne furono impediti, si adoperarono per l'incremento della prosperità sia spirituale dell'Isola, — che fin dal secolo VI ebbe con S. Gregorio Magno il primo riordinamento ecclesiastico, e dal secolo XII designò gli Arcivescovi di Pisa come legati pontifici per la Sardegna, — sia anche temporale, organizzando le istituzioni civili ed accorrendo a sanare le sue ferite, troppe volte cagionatele dalla negligenza o dalle scorrerie dei potentati mediterranei. Accenniamo così alla travagliata storia civile della vostra terra, non tanto per indicare i motivi esterni di un tal quale abbandono in cui venne a trovarsi talora nel passato, quanto per porre in debito risalto uno dei tratti più esimi della gente sarda, vale a dire, l'attaccamento quasi devoto all'Isola, manifestato nella stabilità di dimora in essa, nonostante i disagi del passato, e nella conservazione inalterata del suo carattere etnico. Elemento preponderante in tale prerogativa è stata in ogni tempo la fede cristiana, mantenuta immune da errori, avuta in alta stima dai vostri avi, e della cui saldezza nei cuori è segno e prova una fervida devozione alla Vergine. Si comprende, pertanto, la salutare importanza nel corso della vostra storia religiosa e civile del Santuario di Bonaria, come centro di vita cristiana e di devozione mariana. Del fervido affetto dei Sardi verso la Madre di Dio desideriamo di ricordare talune manifestazioni e fasti nella storia del Santuario, quali l'erezione a Basilica minore dello stesso Santuario, gl'innumerevoli altari e cappelle dedicati nell'Isola a Nostra Signora di Bonaria, i frequenti pellegrinaggi da ogni borgo e città, il nome di Bona o dei misteri di Maria imposto alle vostre figlie, le Confraternite e le pie Unioni erette in suo onore, le visite rese nel passato da Vescovi e Vicerè prima di prendere possesso delle loro cariche, i recenti Congressi Mariani diocesani e regionali svoltisi presso il Santuario, ma, soprattutto, il frequente e non vano ricorso che il buon popolo fa al suo trono di grazia, in modo particolare il ceto dei marinai e dei pescatori, i cui numerosi ex-voto intorno al prodigioso Simulacro predicano la materna misericordia di Maria. Ma, quale segno eloquente di così fervida devozione popolare, vorremmo anche menzionare l'antica formula di saluto, che ancora oggidì usa scambiarsi il popolo sardo nel linguaggio regionale, in cui riecheggia nobilmente il latino dei vostri Padri: bandit cum Deus, parti con Dio; abarrit cum sa Mamma, resta con la sua Madre.

Se non che, al di là e al di sopra di queste esterne manifestazioni di fede, vi è altresì nel popolo sardo una sostanza di vita cristiana, che, mentre torna a suo onore, attende tuttavia di essere più intensamente alimentata e sviluppata, a misura che si moltiplicano, anche per voi, i pericoli e le minacce, inavvertite o palesi, di chi non tollera il trionfo di Dio sulla terra, e si sforza di combattere la Chiesa di Cristo. Conservare alla Sardegna di oggi e di domani l'avito tesoro della fede e della vita cristiana, sotto la materna egida di Maria: ecco il significato che la Vergine di Bonaria intende di dare alla odierna celebrazione. Ella vuole stringere come un patto di onore e di sicurezza con voi, incamminati felicemente verso il rinnovamento delle vostre istituzioni, di guisa che, mentre Ella s'impegna a rimanere la Protettrice benigna del vostro polo, voi restiate, come nel passato, fedeli a tutta prova nella obbedienza al suo divin Figlio Gesù Cristo.

È un impegno il vostro quanto mai urgente ed opportuno in un momento, come il presente, importante e delicato della storia dell'Isola, animata da vivo impulso di riguadagnare il tempo perduto sulla via del progresso. È necessario che uno stimolo altrettanto vivo e fattivo nel campo spirituale e morale sia in pari tempo sentito e coltivato da tutti, popolo ed Autorità, per impedire che il progresso materiale divenga un lustro esteriore e nocivo ai valori essenziali e più alti. Senza dubbio siete degni di ammirazione per quel che avete compiuto fino al presente e vi proponete di attuare in futuro, per innalzare l'Isola al grado delle altre regioni prospere dell'Italia. Con ragione si dice che la Sardegna ha rinnovato in pochi anni il suo volto, e molti suoi annosi problemi sono stati o saranno risolti, grazie alla intelligente operosità degli abitanti e mediante il valido contributo della Patria comune. Come Ci è stato riferito con Nostro compiacimento, nello spazio di un decennio all'incirca, molta superficie di suolo abbandonato è stata restituita alla coltura, incrementata la produzione agricola e l'allevamento zootecnico, fondate nuove industrie, migliorate quelle già esistenti, provveduti di energia elettrica i centri abitati anche più remoti, costruite imponenti dighe e nuovi acquedotti, migliorata notevolmente la viabilità, riattati i porti, debellata la malaria, eretti nuovi e moderni ospedali, sistemati i centri urbani e moltiplicate le case per il popolo. Il soffio rinnovatore è stato esteso felicemente anche alle istituzioni, ai rapporti sociali, alla organizzazione del lavoro, alla pubblica assistenza, in particolare alla istruzione e alla cultura. Molto rimane ancora da attuare, altri problemi attendono la soluzione, ma vi è fondato motivo di bene sperare, finché il popolo sardo ed i suoi dirigenti manterranno vivo lo spirito restauratore nelle norme di saggezza fin qui dimostrata, resistendo all'adescamento di vani miraggi e di malintesi progressi. Vano e pernicioso miraggio sarebbe, infatti, per esempio, il concetto di « rammodernare » anche quei valori spirituali, familiari e sociali, finora immuni dalle contaminazioni materialistiche ed edonistiche. Non mancano, infatti, neppure presso di voi, coloro che ardiscono stimare i valori tradizionali cristiani come ormai sorpassati e pertanto inconciliabili col progresso moderno. Se tale suggestione avesse, Dio non voglia, il sopravvento, la vostra Sardegna soffrirebbe danno maggiore, che non la sterilità e l'abbandono arrecatole dalle depredazioni delle antiche scorrerie. Occorre quindi promuovere ciò che è sano, per rinvigorire, estendere e radicare più profondamente le buone tradizioni. Tali sono, per esempio, la santità del matrimonio e la compattezza della famiglia, la educazione morale della gioventù ispirata dalle norme cristiane della purezza, della pudicizia, della obbedienza ai genitori, la semplicità e quasi austerità dei costumi, l'armonia tra il laicato ed il clero, la dedizione al lavoro, la devozione alla regione come porzione viva ed attiva della comune Patria. Voler distruggere queste doti del popolo sardo significherebbe voler cancellare la sua fisonomia, offuscare lo splendore della sua nobiltà, depredarlo dei suoi più preziosi tesori.

Un avvenire degno del vostro migliore passato vi sia dunque dinanzi allo sguardo come meta e programma. Ad esso mirino coloro che voi scegliete come guide della vita civica, uomini onesti a tutta prova e dediti alle cure della cosa pubblica senza parzialità, se non per i più umili; ad esso miri la valida classe dei professionisti con lo studio assiduo e l'accurato esercizio dei loro doveri; mirino i giovani, siano essi studenti o artigiani o lavoratori nei campi, sul mare o nelle miniere, persuasi di cooperare in unità di risultato alla comune prosperità; ma mirino soprattutto coloro che Dio ha eletto ministri in mezzo al suo popolo, i Sacerdoti, affinché con la dottrina, l'esempio, lo zelo siano tra voi sale della terra e luce del mondo (cfr. Matth. 5, 13-14). In una comunità, relativamente ristretta come la vostra, ove si respira quasi sensibilmente l'aura di famiglia, se ciascuno dona il meglio di sé stesso, non sottraendosi alle proprie responsabilità, l'avvenire non avrà incertezze, ma sarà improntato ad armonia d'intenti, attuazione di opere, in una parola, a compiutezza di vita sociale. Compiutezza di vita : è questo l'ideale al quale la Chiesa ha sempre ispirato la sua azione nel mondo. Ella vuole che la vita dei popoli, non meno che dei singoli, si sviluppi nell'ordine dei suoi molteplici elementi, senza esclusione di nessun genuino valore e senza preferenze unilaterali a scapito degli altri. Ella non teme il progresso e la modernità. Tutto può e deve concorrere a edificare la città cristiana: religione e scienza, tecnica ed economia, lavoro, cultura ed arte. Non si danno limiti alla umana attività, se non quelli imposti dalla sana valutazione morale, secondo l'insegnamento dell'Apostolo, che così scriveva ai Filippesi: « Del resto, o fratelli, tutte le cose che sono vere, tutte le cose degne, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutto quel che è di buona fama, se vi è qualche virtù e qualche lode, a questo pensate » (Phil. 4, 8). Diletti figli e figlie della Sardegna, ecco quel che Ci sembra voglia dirvi la vostra Madre e Regina, la Vergine Santissima di Bonaria, unitamente alla promessa di perenne assistenza, tutela e sostegno. Non dubitiamo che tutti voi consentirete ai suoi materni avvertimenti, stimandovi in tal modo legati a Lei da un patto di onore e di sicurtà. La fedeltà, che abbiamo già encomiato come tratto genuino della vostra indole, o sarà intiera e perenne, o non sarà tale. La vera fedeltà non tollera dubbi, perplessità, evasioni anche temporanee; ma è dedizione incondizionata, disposizione a servire, prontezza a sacrificare. Mai come al presente la fedeltà a Cristo ed alla Chiesa è divenuta la virtù capii le del cristiano; mai come ora fu maggiormente messa alla pro Ci sembra che Cristo ripeta a ciascuno di voi una domanda simile a quella che rivolse a Pietro sulle rive del mare di Tiberiade: «Mi ami tu? Mi ami tu? », e guardi profondamente negli occhi, ansioso di leggervi la sincerità della risposta: « Sì, o Signore, tu sai che io ti amo » (cfr. Io. 21, 16). Con la medesima ansia N Vicario di Cristo, vi chiediamo oggi: sarete fedeli a Cristo e alla Chiesa? Non dubitiamo che voi, che la Sardegna, isola della fedeltà, risponderà con un sì di persuasione e di sincerità, pari quello pronunziato dai vostri padri, il giorno in cui la Vergine Bonaria, approdando sui vostri lidi, sembrava chiedere ospitalità ed affetto.

Affinché questa Nostra fiducia in voi non venga mai meno, e implorando che Iddio Onnipotente e la Vergine Santissima vi sorreggano nelle vostre opere, e tutti voi siate ricolmati dal. l'abbondanza dei celesti favori, v'impartiamo di gran cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione.

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XX, 
Ventesimo anno di Pontificato, 2 marzo - 9 ottobre 1958, pp. 107-112
Tipografia Poliglotta Vaticana

giovedì 23 aprile 2015

Cristiada Un film che dopo molta attesa arriva ora anche a Roma .al Cinema Adriano

Lunedì 27 Aprile e Mercoledì 06 Maggio verrà proiettato a Roma al Cinema Adriano a piazza Cavour il Film Cristiada ore 21:00


Cristiada


Un film che dopo molta attesa arriva ora anche in Italia.
Cristiada ha l’ambizione di riportare in primo piano una pagina di storia – storia di fede, oppressione e martirio –- ancora poco nota al grande pubblico. Cristiada è il film che ha fatto discutere perché, sebbene sia girato con attori famosi come Andy Garcia, non è stato diffuso e nemmeno tradotto in molte lingue. La pellicola racconta degli 85 mila cattolici, detti Cristeros, che combatterono contro il governo anti-cristiano per difendere la loro fede in Cristo Re.La storia alla base del film è poco conosciuta. Nel 1926 il dittatore Plutarco Elias Calles adottò misure repressive che arrivarono fino ad impedire l’accesso ai sacramenti ai fedeli. La popolazione cominciò così una protesta non violenta, ma la totale assenza di libertà religiosa fece impugnare le armi ad alcuni, sostenuti dal popolo e dai sacerdoti. La violentissima persecuzione durò tre anni e alla tregua non seguì la piena libertà. Il martirio prima e le prove successive poi hanno rinforzato la fede del popolo messicano e generato moltissime vocazioni. «La mia stessa famiglia che fa parte di quella storia ne è segno», così padre Francisco Elizalde, missionario messicano e direttore generale del Fondazione Villaggio dei Ragazzi di Caserta, racconta quanto avvenne. All’inizio i cattolici messicani reagirono alle persecuzioni comprando il minimo indispensabile e non vendendo nulla. La forza della fede del popolo riuscì a portare il paese in recessione, facendo fallire la Banca di Tampico e la Banca inglese, così da fare inferocire il governo di Calles, un vero e proprio dittatore. Ai cristiani, più che il proprio benessere, importava la propria libertà di culto e religiosa, quella che il regime impediva.Perché si arrivò ad usare la violenza?

Il governo di Calles non volle mai trattare. Prima si percorsero vie diplomatiche e pacifiche, ma, poi, visto che era tutto inutile, il popolo dovette impugnare le armi. Fu l’exstrema ratio. E fu necessaria, perché un cristiano non può vivere senza i sacramenti. Tanto che, se non li appoggiò ufficialmente, la Chiesa non condannò mai l’azione dei Cristeros.

Perché Calles non volle trattare?

Calles era un massone anticlericale, applicò la costituzione del 1917, identica a quella francese e ostile alla Chiesa. Aveva paura della libertà che dà il cattolicesimo. La cosa che ci deve far pensare, che è anche la più grande contraddizione, è che tutto ciò avvenne con una popolazione al 95 per cento fortemente cattolica: gli anticlericali erano una minoranza, ma, raggiunto il potere, riuscirono a instaurare un regime di una violenza indicibile, che non rappresentava il popolo. Così l’esercito cominciò a entrare nelle chiese, uccidendo la gente che partecipava alla Messa, profanando il Santissimo Sacramento. I sacerdoti furono uccisi, la gente, ragazzini compresi, fu torturata, impiccata e appesa ai pali della luce così che tutti vedessero. Molti preti non messicani e alcuni vescovi furono invece cacciati dal paese.

Perché la Chiesa firmò gli accordi di pace quando i Cristeros stavano ormai per vincere?
I Cristeros stavano vincendo, l’unico dubbio è se il movimento, che lottava sopratutto nel centro del Paese, sarebbe diventato nazionale. Ma non sapremo mai quello che sarebbe successo se questo non fosse accaduto. Detto ciò, la gente come me conosce la storia dai propri padri e sa che i Cristeros non volevano firmare gli accordi. Tutti i messicani sanno che, come si vede nel film, i Cristeros sapevano che il governo non avrebbe mai smesso di perseguitarli. Ma la scelta fu presa e loro, per obbedienza alla madre Chiesa, depositarono le armi sapendo bene che questo avrebbe voluto dire la loro condanna a morte. E infatti molti morirono anche se il presidente aveva assicurato il contrario.

Come mai papa Pio XI, che non appoggiò mai ma nemmeno condannò la rivolta, prese questa decisione?

Non so se fu mal consigliato sulla vittoria imminente dei Cristeros o se preferì la resa, sperando così di arginare i massacri.

Cosa accadde in seguito?

Che i preti, ed è così ancora oggi, non potevano girare con gli abiti religiosi, che non c’era libertà di educazione, religiosa, di espressione. C’erano ancora sequestri, torture e persecuzioni per tutti coloro che difendevano la libertà di pensiero. Mio nonno, Octavio Elizalde, visse quel periodo di guerra fredda sotto minaccia: si occupava di diffondere clandestinamente riviste, articoli. Era un avvocato quindi contribuiva a difendere la fede con la penna. Fu minacciato anche prima, quando aiutava il beato Miguel Agustín Pro, che clandestinamente diceva Messa distribuendo migliaia di comunioni, e che morì ucciso gridando: «Viva Cristo Re!». Durante la rivolta dei Cristeros veniva in casa dei nonni travestito da panettiere o da giornalaio per farsi aiutare dal nonno. Una figura che lasciò un segno profondissimo in tutta la mia famiglia.

Scandalizza che alcuni preti fossero nelle fila del movimento.
La domanda sull’uso lecito delle armi ritorna al discorso dell’estrema ratio: per difendere la libertà di culto non c’erano più altre vie. Tanto che molti Cristeros poi sono stati beatificati e pure molti preti che si sono presi cura di loro, non quelli che hanno impugnato direttamente le armi. Nel film appare il piccolo José Sánchez del Rio, giovane Cristeros beatificato nel 2005 da Benedetto XVI. Morì testimoniando la forza di Cristo: sotto tortura, per costringerlo ad abiurare, urlò: «Cristo dammi la forza!», mentre in prigione chiese l’eucarestia di nascosto. Scrisse alla madre che non era mai stato così facile guadagnarsi il cielo. Questo ci fa chiedere chi sia Colui che dà a un ragazzino la forza di amare fino a dare la vita chiedendo perdono per i suoi carnefici e urlando «Viva cristo Re!».

Oggi ci sono ancora delle misure restrittive. Uno spargimento di sangue inutile?

Quando ho rifatto il passaporto, sette anni fa, mi hanno impedito di fare le foto con l’abito. Ma anche se la lotta dei Cristeros non ha portato alla piena libertà religiosa, il frutto di quegli anni dolorosi e del sangue dei martiri io lo vivo nella mia carne. Tertulliano diceva che il sangue dei martiri è il seme dei cristiani, e, aggiungo io, anche delle vocazioni. La mia famiglia, che ha avuto la possibilità di ospitare in casa un testimone della fede come il beato Miguel Agustín Pro, si è radicata nella fede profonda in Dio. Perché non si può morire per un’idea, ma solo per una persona che si ama più di se stessi. Io ho respirato questo, la mia fede è cresciuta così. Tanto che io e mio fratello siamo entrati in seminario, mentre ho due zii sacerdoti gesuiti e una zia suora. È un fatto poi che nella città di Guadalajara, la più perseguitata, oggi c’è il più grande seminario del mondo con oltre 700 seminaristi.


lunedì 20 aprile 2015

Cappella Santa Caterina Sante messe 21/22/23/ 24/Aprile orari via Urbana, 85 Roma



Orari Sante messe 

Martedì 21 aprile.


Sant'Anselmo


(3a classe)

ore 17:30 S. Rosario

ore18:00 - S. Messa

Mercoledì 22 apr.

SS. Soter e Caio
ore 18:00 - S. Messa

(4a classe) 

Giovedì 23 apr.

feria

(4a classe)
verranno celebrate due Sante Messe

ore 17:00 S.Messa

18.00 - Santo Rosario e Confessioni
18.30 - S. Messa


24 Venerdì
S. Fedele di Sigmaringa, Martire, 3° classe 
ore 7:30 S.Messa











domenica 19 aprile 2015

FRANCIS CARDINAL GEORGE, OMI ARCIVESCOVO EMERITO DI CHICAGO 1937 - 2015


Ad un certo punto, Cristo mi domanderà: Che cosa hai fatto con la mia gente? Sono più santi a causa del vostro ministero? Sono più generosi, più amorevole verso gli altri? ' In breve, tu sei la mia eredità.



Venerdì mattina, un pastore senza paura è ritornato alla casa del Padre. Il cardinale George, come aveva previsto, è morto nel suo letto, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Cerchiamo di offrire le nostre preghiere per il cardinale Francis George che la sua anima possa riposare in pace. 

Coat of arms of Francis George.svg



Christo Gloria in Ecclesia


Nato 16 gennaio 1937 a Chicago
Ordinato presbitero 21 dicembre 1963 dal vescovo Raymond Peter Hillinger
Consacrato vescovo 21 settembre 1990 dall'arcivescovo Agostino Cacciavillan (poi cardinale)
Elevato arcivescovo 30 aprile 1996 da papa Giovanni Paolo II
Creato cardinale 21 febbraio 1998 da papa Giovanni Paolo II
Deceduto 17 aprile 2015 a Chicago





sabato 18 aprile 2015

DOMENICA 19 APRILE II DOPO PASQUA Santa Messa in Rito Romano Antiquior Santuario B.V.Maria del Divino Amore


Un invito per tutti gli amici di Roma e dintorni,a ritrovarci per un giorno insieme per la celebrazione della Santa Messa in Rito Romano Antico, nel Santuario della Beata Vergine Maria del Divino Amore.Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore. Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e pastore, della sua Chiesa, ci dice l'epistola che Gesù Cristo e il pastore delle anime, che erano come pecore erranti.Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Celebra la Santa Messa, don Leonardo Sacco, Cappella dello Spirito Santo.


ORARI

ore 17:00 Santo Rosario 

ore 17:30 Santa Messa

possibilità di confessarsi mezz'ora prima della messa

giovedì 16 aprile 2015

L'inquadramento canonico della FSSPX in Argentina. Può fare il Cardinal Poli quello che non pensa Francesco?



Dal Boletín Oficial de la República Argentina (vedi vedi qui il documento originale) si apprende che è stato concesso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Monsignor Marcel Lefebvre lo status di “associazione pubblica di diritto diocesano”, di “società di vita apostolica”. Si riconosce inoltre che “a detta fraternità è riconosciuto il carattere di persona giuridica pubblica all’interno della Chiesa cattolica apostolica romana, in conformità alle norme del Codice canonico”.
A proposito di questa iniziativa l'autorevole blog argentino Adelante a la Fe (vedi qui inserendo "Resolución 25/2015") ha riportato il parere di un importante canonista: “La Chiesa cattolica ha in Argentina uno statuto unico e particolare. Secondo il Código Civil è una persona giuridica di Diritto pubblico dotata di uno statuto differente da quello di ogni altra associazione nel paese. Inoltre lo Stato argentino è obbligato a sostenere il culto apostolico romano. Nessun’altra religione gode di questo status. I culti diversi da quello cattolico sono riconosciuti dalla Secretaría de Cultos, ma rimangono associazioni civili al pari delle imprese e dei club sportivi. È impossibile che un’ente cristiano non cattolico sia incorporato nella Chiesa come persona giuridica di Diritto pubblico. Il culto evangelico, i musulmani o gli ebrei possono ricevere sussidi dallo Stato, ma non sussiste in capo allo Stato alcun obbligo di sovvenzione come nel caso dei versamenti ai vescovi. Si tratta di una decisione del tutto particolare, di una soluzione dovuta evidentemente all’iniziativa del Cardinal Mario Aurelio Poli [Arcivescovo di Buenos Aires]. A mio avviso si tratta di un gesto unico che persino eccede quanto operato da Benedetto XVI”



(fonte  Vigiliae Alexandrinae)

- E’ morto il ragazzo cristiano bruciato vivo da giovani musulmani




ASIA/PAKISTAN 



Lahore (Agenzia Fides) - Nauman Masih, il 14enne cristiano pakistano, che è stato dato alle fiamme da un gruppo di giovani musulmani sconosciuti alcuni giorni fa (vedi Fides 13/4/2015), è deceduto questa mattina nell’ospedale di Lahore. Lo apprende l’Agenzia Fides da fonti locali in Pakistan. Il ragazzo era stato fermato e aggredito dopo aver dichiarato di essere cristiano. I giovani lo hanno cosparso di benzina. Aveva riportato gravi ustioni sul 55% del corpo. 
Secondo alcuni osservatori, il gesto può essere una vendetta dopo il linciaggio di due musulmani avvenuto a Youhanabad – dichiarati innocenti – in seguito all’attentato alle due chiese del 15 marzo.
Dopo il linciaggio pubblico a Lahore la polizia ha perquisito molte abitazioni a Youhanabad e arrestato oltre 100 giovani cristiani per rintracciare i colpevoli. “I cristiani hanno condannato il linciaggio, dicendo apertamente che è un grande crimine. Tuttavia in numerosi casi in passato cristiani innocenti sono stati bruciati vivi: ricordiamo gli attacchi di massa al quartiere cristiano a Gojra, Shantinagar, o i due coniugi cristiani arsi vivi in una fornace di mattoni a novembre 2014”, nota a Fides p. James Channan, domenicano, Direttore del “Peace Center” a Lahore, impegnato a promuovere iniziative, di pace, armonia, riconciliazione, dialogo interreligioso.
“Questo episodio dimostra l'odio che circola nella società. Abbiamo bisogno di una grande opera di dialogo e di armonia tra credenti di religioni diverse” nota P. Channan. 
Shahbaz Sharif, Primo ministro del Punjab, ha chiesto che i responsabili siano arrestati. Il Direttore del “Peace Center” conclude: “Direi che oggi siamo nel periodo storico peggiore per la vita dei cristiani in Pakistan. Discriminazione, sofferenza, oppressione spesso diventano vera persecuzione. Oggi chiediamo al governo: dove’è la giustizia? Dove sono i colpevoli dei tanti episodi di violenza gratuita commessa sui cristiani?”.
Mervyn Thomas, direttore dell’Ong “Christian Solidarity Worldwide” afferma in una nota inviata a Fides: “Preghiamo per il giovane e per la sua famiglia. Credere che si possa uccidere un ragazzo per una semplice professione di fede è profondamente preoccupante. La cultura dell'impunità deve finire, e alle minoranze religiose devono essere garantiti i diritti di tutti i cittadini in Pakistan”. (PA) ( fonte Agenzia Fides 15/4/2015)

mercoledì 15 aprile 2015

Genocidio armeno, Borghezio: “L’Europa vile non difende il Papa”






L’Europa vile non difende il Papa pesantemente attaccato dal Governo turco. Le parole generiche con cui si è espresso l’Alto Rappresentante UE Mogherini sono un capolavoro di ipocrisia e di totale mancanza di coraggio : un’ulteriore dimostrazione chel’orizzonte etico-spirituale di questa Europa sono gli affari.

Di fronte agli interessi economici e finanziari, che stanno dietro a chi spinge per l’adesione della Turchia all’UE, anche i valori sempre proclamati da Eurolandia vengono prudentemente messi da parte. Mercoledì a Bruxelles, nell’Aula del PE, faremo sentire forte e chiara la voce della Lega Nord che da sempre difende i diritti del popolo armeno e lotta contro il demenziale progetto di far entrare in Europa un Paese che non ha ancora fatto i conti con le sue gravi responsabilità per l’Olocausto degli Armeni”.


La Mogherini e la fissazione dell’allargamento UE a chiunque – Nell’ambito dello status della Turchia di candidato all’ingresso nella Ue, la “normalizzazione” dei rapporti tra Turchia e Armenia è “particolarmente importante” ed è “una questione che viene regolarmente valutata” nei rapporti sull’avanzamento della candidatura di Ankara. Lo dice la portavoce dell’alto rappresentante,Federica Mogherini, commentando la reazione del governo turco dopo le espressioni di Papa Francesco sul genocidio armeno.

lunedì 13 aprile 2015

Buenos Aires, lo Stato argentino riconosce la Fraternità sacerdotale S. Pio X


Maison-Marie-Reine-du-assedio-quartiere-d-Amerique du Sud


Argentine : L’Etat argentin reconnaît administrativement la Fraternité Saint-Pie X

13-04-2015 
Classé sous Actualités, Tradition


"in fondo troverete la traduzione italiana e cliccando sul link in spagnolo"

Maison Marie-Reine, siège du district d’Amérique du Sud (Buenos Aires, Argentine).

Le quotidien argentin Clarin, daté du 12 avril 2015, a annoncé la décision du Secrétaire du culte, Guillermo R. Oliveri, parue au Bulletin Officiel de la République Argentine le 9 avril 2015, – décision selon laquelle la Fraternité Saint-Pie X était reconnue en Argentine comme personne juridique et qu’elle était inscrite au Registre des Instituts de Vie consacrée où figurent les ordres et les congrégations religieuses catholiques, présents en Argentine.

Cette décision a été rendue possible, entre autres formalités à remplir, par une lettre de l’archevêque de Buenos Aires, le cardinal Mario Aurelio Poli, adressée au Secrétariat du culte et accompagnant la démarche entreprise par les autorités de la Fraternité auprès de ce Secrétariat, depuis 2011. Cette lettre où l’archevêque de Buenos Aires « demande que la ‘Fraternité des apôtres de Jésus et Marie’ (Fraternité Saint-Pie X) soit considérée, jusqu’à ce qu’un cadre juridique définitif lui soit accordé dans l’Eglise universelle, comme si elle était une association de droit diocésain », est une condition nécessaire à remplir par toutes les congrégations religieuses catholiques en Argentine.

Le document du cardinal Poli n’a pas de portée canonique, car il ne saurait se substituer à l’autorité romaine qui seule peut régler le statut canonique de la Fraternité. Il ne s’agit que d’une démarche permettant une décision administrative de l’Etat argentin, en attendant « qu’un cadre juridique définitif soit accordé (à la Fraternité) dans l’Eglise universelle ».

Il faut savoir qu’en Argentine, l’apostolat des congrégations religieuses catholiques ne peut s’exercer que dans un cadre administratif et juridique conditionné par l’inscription au Registre des Instituts de vie consacrée, après avis de l’autorité ecclésiastique.

Le fait que le cardinal Poli ait succédé au cardinal Bergoglio sur le siège archiépiscopal de Buenos Aires peut faire légitimement penser que cette décision n’a pas été prise sans concertation avec le pape François. Il n’en reste pas moins qu’il s’agit d’une démarche strictement administrative dans le contexte propre à la République Argentine.

(Sources : FSSPX-MG/Clarin/BO Rép. Arg. – DICI du 13/04/15)



Il 12 Aprile 2015 il quotidiano argentino Clarin ha annunciato la decisione del segretario di Culto,Guillermo Oliveri R. , pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica di Argentina 9 aprile 2015, in base al quale la Fraternità San Pio X il distretto Argentino veniva riconosciuto come persona giuridica e la sua iscrizione è stata posta sul registro degli Istituti di vita consacrata, che contiene l'elenco degli ordini e congregazioni religiose cattoliche presenti in Argentina.

Questa decisione è stata resa possibile - tra le altre formalità per  - una lettera dell'Arcivescovo di Buenos Aires, il Cardinale Mario Aurelio Poli , inviato alla Segreteria del culto, che accompagna il processo avviato nel 2011 presso la cancelleria della Corte da parte delle autorità della fraternità. Questa lettera, in cui l'Arcivescovo di Buenos Aires " chiede che la Congregazione degli Apostoli di Gesù e Maria (FSSPX)vengano trattati, fino a trovare il quadro giuridico definitivo nella Chiesa universale, come una appartenenza di diritto diocesano "è una condizione necessaria per essere soddisfatta da tutte le congregazioni religiose cattoliche in Argentina.

Il documento del Cardinale Poli non ha alcun effetto canonico, non può prendere il posto dell' autorità romana, che è l'unico che può determinare la situazione canonica della Fraternità. Questo è solo un requisito che consente una decisione amministrativa dello Stato argentino, "fino a quando (la Fraternità)non troverà il quadro giuridico definitivo nella Chiesa universale. "

Si deve sapere che in Argentina l'apostolato delle congregazioni religiose cattoliche può crescere solo in un quadro amministrativo e giuridico condizionata dalla iscrizione nel registro degli Istituti di vita consacrata, previa consultazione dell'autorità ecclesiastica.

Il fatto che il cardinale Poli abbia sostituito il Cardinale Bergoglio in arcivescovado a Buenos Aires può portare legittimamente  a pensare che non sia stata presa questa decisione senza consultare il Papa Francesco.Tuttavia, non è che una questione puramente amministrativa nel contesto specifico di Argentina.

domenica 12 aprile 2015

DOMENICA IN ALBIS "o della Divina Misericordia"

Index

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO



San Giovanni, che era presente nel Cenacolo con gli altri discepoli quella sera del primo giorno dopo il sabato, riferisce che Gesù venne in mezzo a loro, disse: «Pace a voi!», e «mostrò loro le mani e il fianco» (20,19-20), mostrò le sue piaghe. Così essi riconobbero che non era una visione, era proprio Lui, il Signore, e furono pieni di gioia.

Otto giorni dopo Gesù venne di nuovo nel Cenacolo e mostrò le piaghe a Tommaso, perché le toccasse come lui voleva, per poter credere e diventare anch’egli un testimone della Risurrezione.

Anche a noi, oggi, in questa Domenica che san Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, il Signore mostra, mediante il Vangelo, le sue piaghe. Sono piaghe di misericordia. È vero: le piaghe di Gesù sono piaghe di misericordia. Nelle [loro] sue piaghe noi siamo stati guariti.

Gesù ci invita a guardare queste piaghe, ci invita a toccarle, come ha fatto con Tommaso, per guarire la nostra incredulità. Ci invita soprattutto ad entrare nel mistero di queste piaghe, che è il mistero del suo amore misericordioso.

Attraverso di esse, come in una breccia luminosa, noi possiamo vedere tutto il mistero di Cristo e di Dio: la sua Passione, la sua vita terrena – piena di compassione per i piccoli e i malati – la sua incarnazione nel grembo di Maria. E possiamo risalire a ritroso tutta la storia della salvezza: le profezie – specialmente quella del Servo di Jahweh –, i Salmi, la Legge e l’alleanza, fino alla liberazione dall’Egitto, alla prima pasqua e al sangue degli agnelli immolati; e ancora ai Patriarchi fino ad Abramo e poi nella notte dei tempi fino ad Abele e al suo sangue che grida dalla terra. Tutto questo possiamo vedere attraverso le piaghe di Gesù Crocifisso e Risorto, e come Maria nel Magnificat possiamo riconoscere che “la sua misericordia si stende di generazione in generazione” (cfr Lc 1,50).

Di fronte agli eventi tragici della storia umana rimaniamo a volte come schiacciati, e ci domandiamo “perché?”. La malvagità umana può aprire nel mondo come delle voragini, dei grandi vuoti: vuoti di amore, vuoti di bene, vuoti di vita. E allora ci domandiamo: come possiamo colmare queste voragini? Per noi è impossibile; solo Dio può colmare questi vuoti che il male apre nei nostri cuori e nella nostra storia. È Gesù, fatto uomo e morto sulla croce, che colma l’abisso del peccato con l’abisso della sua misericordia.

San Bernardo, in un suo commento al Cantico dei Cantici (Disc. 61, 3-5; Opera omnia 2, 150-151), si sofferma proprio sul mistero delle piaghe del Signore, usando espressioni forti, audaci, che ci fa bene riprendere oggi. Dice che «attraverso le ferite del corpo si manifesta l’arcana carità del cuore [di Cristo], si fa palese il grande mistero dell’amore, si mostrano le viscere di misericordia del nostro Dio».

Ecco, fratelli e sorelle, la via che Dio ci ha aperto per uscire, finalmente, dalla schiavitù del male e della morte ed entrare nella terra della vita e della pace. Questa Via è Lui, è Gesù, Crocifisso e Risorto, e sono in particolare le sue piaghe piene di misericordia.

I Santi ci insegnano che il mondo si cambia a partire dalla conversione del proprio cuore, e questo avviene grazie alla misericordia di Dio. Per questo, sia davanti ai miei peccati sia davanti alle grandi tragedie del mondo, «la coscienza si turberà, ma non ne sarà scossa perché mi ricorderò delle ferite del Signore. Infatti “è stato trafitto per i nostri delitti” (Is 53,5). Che cosa vi è di tanto mortale che non possa essere disciolto dalla morte di Cristo?» (ibid.).

Tenendo lo sguardo rivolto alle piaghe di Gesù Risorto, possiamo cantare con la Chiesa: «Il suo amore è per sempre» (Sal 117,2); la sua misericordia è eterna. E con queste parole impresse nel cuore, camminiamo sulle strade della storia, con la mano nella mano del nostro Signore e Salvatore, nostra vita e nostra speranza.

QUELLO DEGLI ARMENI PRIMO GENOCIDIO DEL NOVECENTO
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