Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

mercoledì 23 settembre 2015

Due interviste a don Mauro Tranquillo


Le "concessioni" di Papa Bergoglio e la Riforma del processo di nullità matrimoniale

Condividiamo due interviste a don Mauro Tranquillo:

- la VIDEO intervista, a cura di Radio Spada, in cui viene trattato il tema delle "concessioni" di Papa Francesco ai sacerdoti della Fraternità e vengono fornite opportune puntualizzazioni;

- l'AUDIO dell'intervista, realizzata da Radio Vobiscum, vertente sulla riforma del processo di nullità matrimoniale varato con i due recenti Motu Proprio del Pontefice.

(di seguito)
Il video:




L'audio:




5 Ottobre riparte il Sinodo sulla famiglia: 45 nomine pontificie e 17 coppie di sposi tra auditori




- L'Osservatore Romano


Resa nota oggi la lista dei partecipanti alla XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, che si svolgerà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre prossimi. Il servizio di Roberta Gisotti:


Attenzione puntata sui 45 padri sinodali nominati dal Papa, erano stati 26 nel precedente Sinodo sulla famiglia celebrato nell’ottobre 2014, tra questi 15 italiani. Dopo Francesco, presidente dell’Assemblea, seguono nell’elenco il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale, poi i presidenti delegati, i cardinali André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, Luis Antonio G. Tagle, arcivescovo di Manila, Raymundo Damasceno Assis, arcivescovo di Aparecida e Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, quindi il relatore generale, cardinale card. Péter Erdo, arcivescovo di Esztergom-Budapest, il segretario speciale arcivescovo Bruno Forte e il sottosegretario il vescovo Fabio Fabene. Vi sono poi 22 rappresentanti delle Chiese orientali cattoliche. E gli eletti delle Conferenze episcopali di ogni continente, 44 da Paesi africani, 45 dall’America, di cui 4 dagli Stati Uniti ed altri 4 dal Canada, 23 dall’Asia, 47 dall’Europa, 5 dall’Oceania. Tra i padri sinodali anche 10 eletti dall’Unione Superiori Generali. Quindi 25 capi dicastero della Curia romana. Infine i 23 collaboratori del segretario speciale, 15 sacerdoti e 8 laici tra cui due donne. Rivevante il numero di uditori e uditrici, in tutto 51, tutti laici, tra cui 17 coppie di sposi oltre a un parroco e tre suore. Infine 12 membri della segretaria generale e due loro collaboratori e i responsabili della divulgazione delle notizie, oltre a padre Federico Lombardi e padre Ciro Benedettini, tre incaricati per le lingue francese, tedesca e spagnola. 

Da segnalare in ultimo 14 delegati "fraterni" della Chiesa ortodossa. E di altre confessioni,come quella luterana,e metodista.

“Qui si rischia lo scisma”


Il Sinodo sulla famiglia è alle porte e il capo del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, avverte: "La riforma protestante iniziò allo stesso modo"“Non dobbiamo farci ingannare quando si ha a che fare con la natura sacramentale del matrimonio, la sua indissolubilità, la sua apertura alla procreazione, e la complementarietà fondamentale dei due sessi”, ha detto il porporato intervenendo a Ratisbona, città di cui è stato vescovo dal 2002 al 2012, prima di essere chiamato a Roma da Benedetto XVI. A quanti sostengono che non è in discussione la dottrina ma solo la prassi pastorale che può essere adeguata alle mutate circostanze dei tempi, Müller risponde che “si dovrebbe essere molto vigili e non dimenticare la lezione della storia della chiesa”, perché è sulla questione della separazione tra dottrina e pastorale che si è articolata la rivoluzione protestante del 1517. Un chiaro riferimento alla posizione della conferenza episcopale tedesca, in prima fila nell’appoggiare l’aggiornamento ai tempi correnti della morale sessuale cattolica e che ha già fatto sapere – tramite il suo presidente, il cardinale Reinhard Marx – che qualunque cosa deciderà il Sinodo convocato dal Papa, andrà avanti per la sua strada: “Il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania”, sottolineava l’arcivescovo di Monaco e Frisinga in una conferenza stampa risalente allo scorso inverno, quando aveva anche chiarito che “noi non siamo una filiale di Roma”..Fa specie, ha notato il capo dell’ex Sant’Uffizio, che a pretendere di voler delineare i contorni della chiesa rinnovata sia una realtà, come quella tedesca, che da anni ha a che fare con migliaia di fedeli che firmano dichiarazioni in cui rinunciano a essere credenti pur di non sborsare ogni anno la Kirchenstauer (la tassa che ha reso ricca la chiesa di Germania); una chiesa i cui confessionali sono vuoti, così come vuoti sono i seminari e le case per religiosi. Il porporato è intervenuto alla presentazione dell’edizione tedesca di “Dio o niente”, il libro del cardinale guineano Robert Sarah anticipato in Italia dal Foglio il 13 marzo scorso. L’edizione americana, edita dalla Ignatius Press, è impreziosita da un commento al volume del Papa emerito Benedetto XVI, che scrive: “Ho letto ‘Dio o niente’ con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine. La sua testimonianza della chiesa in Africa, della sua sofferenza sotto il marxismo e il dinamismo della sua intera vita spirituale, hanno una grande importanza per la chiesa, che è un po’ spiritualmente stanca in occidente. Tutto ciò che lei ha scritto riguardo la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia e la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo. Le sue coraggiose risposte ai problemi della teoria gender mettono in chiaro, in un mondo obnubilato, una fondamentale questione antropologica”. Il commento, che campeggia nella quarta di copertina, è solo una parte del più lungo messaggio che Joseph Ratzinger ha inviato a Sarah. I primi paragrafi, infatti, hanno carattere privato e non attengono al libro del prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

lunedì 21 settembre 2015

ARCHEOLOGITE LITURGICA - SACRILEGIO DILAGANTE -La confusione nella Chiesa



San Cirillo di Gerusalemme e la Comunione sulla mano

[A proposito della questione relativa alla cosiddetta "Comunione sulla mano", 
riproduciamo un articolo del R. P. Giuseppe Pace, S. B. D., 
pubblicato nel n° di gennaio 1990 del periodico Chiesa Viva 
(Editrice Civiltà, via Galileo Galilei, 121, 25123 Brescia).]

La ghianda è una quercia in potenza; la quercia è una ghianda divenuta perfetta. Il ritornare ghianda per una quercia, posto che lo potesse senza morire, sarebbe un regredire. Per questo nellaMediator Dei (n. 51) Pio XII condannava l'archeologismo liturgico come antiliturgico con queste parole: «… non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del Depositum Fidei affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò».

Di una tale ossessione morbosa - di archeologite - sono preda quei pseudoliturgisti che stanno desolando la Chiesa in nome del Concilio Vaticano II; pseudoliturgisti che talora giungono al punto di spingere con l'esortazione e con l'esempio i loro sudditi a violare quelle poche leggi sane che ancora sopravvivono, e da loro stessi formalmente promulgate o confermate. 
Sintomatico a questo riguardo è il caso del rito della Santa Comunione. Qualche vescovo infatti, dopo aver proclamato che il rito tradizionale, di collocare le sacre Specie sulle labbra del comunicando, è tuttora in vigore, permette tuttavia che si distribuisca la santa Comunione in cestelli che si passano i fedeli dalla mano dell'uno a quella dell'altro; o lui stesso depone le sacre Specie nelle mani nude - e sempre pulite? - del comunicando. Se si vuole convincere i fedeli che la santissima Eucarestia non è che del pane comune, magari anche benedetto, per una refezioncella simbolica, certo si è imbroccata la via piú diretta: quella del sacrilegio. 
I fautori della Comunione in mano fanno appello a quell'archeologismo pseduoliturgico condannatoapertis verbis da Pio XII. Dicono infatti e ripetono che in tal modo la si deve ricevere, perché in tal modo si è fatto in tutta la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente dalle origini in poi per mille anni. 
È vero e certo che dalle origini in poi per quasi duemila anni i comunicandi dovevano astenersi da qualsiasi cibo e bevanda, dalla vigilia fino al momento della santa Comunione, in preparazione alla medesima. Perché quelli dell'archeologite non restaurano un tale digiuno eucaristico? che certamente contribuirebbe non poco a mantenere vivo nella mente dei comunicandi il pensiero della santa Comunione imminente, e a disporveli meglio. 
È invece certamente falso che dalle origini in poi per mille anni ci sia stata in tutta la Chiesa, in Oriente e in Occidente, la consuetudine di deporre le sacre Specie nelle mani del fedele.

Una mattina nell'eremo del Papa emerito di Vittorio Messori



Il mattino di mercoledì 9 settembre, alla Porta Sant’Anna del Vaticano, sono salito su un’auto condotta da un graduato della Guardia Svizzera che, districandosi tra i viali dei celebri giardini mi ha portato al Monastero detto di Maria Mater Ecclesiae. Come si sa, è questo il luogo scelto dal Papa Emerito per vivere tra preghiera e studio dopo la clamorosa rinuncia. Una delle quattro Memores Domini (la famiglia religiosa ispirata da don Giussani) che accudiscono Benedetto XVI, mi ha accolto e mi ha fatto accomodare in un salotto al primo piano, ma dal quale si vede in modo completo il Cupolone incombente. Pochi minuti dopo, eccomi in ascensore ed ecco un Benedetto XVI, solo, sorridente, sulla soglia del suo studio. 

La mia collaborazione professionale prima e l’amicizia poi con Joseph Ratzinger risale ai primi anni Ottanta quando, insieme, preparammo quel Rapporto sulla fede che mise a rumore la Chiesa intera. Da allora, ci vedemmo piuttosto spesso. Ma, divenuto Papa, rispettai i suoi impegni opprimenti, non chiesi udienze e non lo incontrai che una sola volta quando fu lui stesso che volle rivedermi dopo la pubblicazione di Perché credo, il libro che avevo appena scritto con Andrea Tornielli. Rispettai poi anche il suo ritiro ma, ovviamente, mi ha fatto piacere l’invito, giuntomi attraverso il suo Segretario, ad andarlo a trovare per rivederci e parlare tra noi, in confidenza. Da quando quell’invito mi è giunto, ho subito pensato che fosse mio dovere di non metterlo in imbarazzo con domande da giornalista indiscreto, come i suoi rapporti col suo successore o come i motivi ”veri” della sua rinuncia. Sono dunque pregati di astenersi i soliti complottologi e dietrologi che pensassero che dietro questo nostro incontro ci fosse chi sa che.
Mentre mi inchinavo per baciargli la mano (come vuole una tradizione che rispetto, soprattutto da quando si cerca di declassare il ruolo e la figura del Supremo Pontefice), Sua Santità mi ha messo una mano sulla testa, per una benedizione che ho accolto come un grande dono. Con l’altra mano, si appoggiava a un sostegno a rotelle: ormai, gli sono precluse le passeggiate con il segretario nei giardini. Le sue possibilità di muoversi sono talmente limitate che, per uscire, viene sospinto su una carrozzella, mentre in casa si sposta solo per pochi metri appoggiandosi al ”girello”, come lo chiamano. Sotto la tonaca bianca si indovina la magrezza del corpo, ma il viso non porta affatto i segni dei quasi 90 anni: è quello di sempre, da eterno fanciullo, cui fa contrasto la corona dei capelli tutti bianchi e la vivacità degli occhi chiari. ”Bello”, insomma, come sempre è stato nel volto. E belle anche la sua lucidità intellettuale e la sua attenzione all’interlocutore.Spiritus promptus, caro infirma: la citazione viene spontanea, stando accanto a quello” spirito” prigioniero di una” carne” che ormai fatica a portarlo. 
Seduti sull’orlo di due divani ravvicinati - per ovviare, accostandoci, a un suo calo dell’udito - abbiamo parlato per oltre un’ora. Io, come dicevo, mi sono astenuto dal fare domande ovvie e sin troppo facili. Da lui, invece, le domande sono venute numerose. Mi ha ascoltato con attenzione quando, su sua richiesta, ho cercato di fargli una sintesi della situazione ecclesiale, almeno così come la avverto. Alla fine non ha detto che: «Io posso solo pregare». 

Gli ho chiesto però di farci un dono: un De Senectute di ciceroniana memoria ma, ovviamente, in prospettiva cristiana, anzi cattolica, raccogliendo egli stesso per iscritto la sua esperienza senile, spesso dolorosa, e l’apertura sull’Aldilà, sulla vita vera che tutti ci attende. Una occasione preziosa per affrontare il tema di quel Novissimi che è stato rimosso da una Chiesa tutta e solo preoccupata non della salvezza eterna ma del benessere, per tutti, in questa vita.

Ha scosso il capo, e mi ha replicato: «Sarebbe una cosa preziosa, più volte ho denunciato questo oblio della morte, questa rimozione dell’aldilà con ciò che ci attende ”dopo”. Ma lei sa che sono abituato a ragionare da teologo, a filtrare la realtà attraverso le categorie filosofiche, dunque non potrei scrivere nulla se non in questo modo. Ma, ormai, per un simile impegno mi mancano le forze per farlo». E poi: «Il mio dovere verso la Chiesa e il mondo cerco di farlo con una orazione che occupa tutta la mia giornata». Preghiera mentale o verbale, Santità? mi è venuto, forse futilmente, di chiedergli. Pronta la sua risposta: «Verbale, soprattutto: il rosario completo, con le sue tre corone, poi i Salmi, le orazioni scritte dai santi e i brani biblici e le invocazioni del breviario». Alla preghiera mentale provvedono le molte letture di testi di spiritualità affiancati a quelli di teologia e di esegesi biblica. 

Me lo si lasci poi dire, sfidando il sospetto di vanità: ha voluto, bontà sua, ringraziarmi per un libro in particolare, quella inchiesta sulla passione di Cristo – Patì sotto Ponzio Pilato – che non solo ha citato ma ha raccomandato nei due primi volumi sulla trilogia dedicata a Gesù e pubblicata quando era già pontefice. Ovviamente, ne sono stato contento per me, come autore; ma non solo per me, bensì anche per quella apologetica, demonizzata dopo il Concilio al punto di cancellarne il nome nei seminari (“Teologia fondamentale” la chiama il clericalmente corretto) ma che è indispensabile a ciò su cui Ratzinger ha sempre insistito, da teologo e poi da papa, cioè da custode supremo della fede. La possibilità e la necessità, cioè, di non porre in contrasto ma in mutua collaborazione la ragione e la fede, l’intelletto e la devozione. 

Ad altri temi abbiamo poi accennato ma, per questi, vale una discrezione doverosa. Devo aggiungere – con un sorriso ironico, ad uso di chi si ostini a pensare all’incontro tenebroso tra congiurati – devo aggiungere, dunque, che nonostante l’ora del pranzo fosse giunta, anzi, abbondantemente superata, non è arrivato alcun invito ad andare a tavola. Benedetto XVI, mi hanno poi detto, mangia pochissimo (“come un passero”) e da solo, dando uno sguardo a un telegiornale: dunque, ha solo raramente commensali. 
Insomma, come si vede, non sono certo clamorose le cose che qui ho da dire. Se ho pensato egualmente di scriverne è per confortare i lettori: proprio accanto alla tomba di Pietro, c’è un vegliardo ammirevole che per otto anni ha guidato la Chiesa e che ora non ha altra preoccupazione che pregare per essa. Con impegno, ma senza alcuna angoscia. E, cioè, non dimenticando mai che i papi passano ma la Chiesa resta e sino alla fine della storia risuonerà l’esortazione del suo vero Capo e Corpo a noi pusillanimi: «Non temere, piccolo gregge, questa barca non affonderà e, malgrado ogni tempesta, starà a galla sino al mio ritorno».
Per scrivere a Papa Benedettto XVI
Papa emerito Benedetto XVI. Via dell Osservatorio
Monastero " Madre Ecclesiae"
00120 Città del Vaticano  
 Naturalmente preghiamo ...

sabato 19 settembre 2015

Il Santo Sacrificio della Messa

Nostro Signore Gesù Cristo in tutto il tempo in cui visse sulla terra - dice l'Imitazione -non ci fu mai un'ora sola senza croci e dolori: l'intera vita di Cristo, quindi, non fu che croce e martirio.

A differenza dell'Antico Testamento, il sacrificio del Signore non è un atto, più o meno lungo, ma uno stato. Tra l'Ecce venio, proferito nel primo istante dell'incarnazione e il Consummatum est, pronunziato al Calvario, in una continua crescente oblazione, è contenuta tutta la vita del Redentore.

Lo stato vittimale del Signore, tuttavia, tocca l'apice sacrificale con l'immolazione al Calvario.


La passione di Cristo è il momento ricapitolativo del suo amore redentivo per noi: il Crocifisso è il segno visibile dei nostri peccati che Gesù, nel suo corpo, portò sul legno della croce, affinché risanati dalle sue piaghe, vivessimo per la sua giustizia. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Il Sacrificio della Messa centro della religione cristiana (9, e per cui esso è chiamato in maniera speciale il Mistero della Fede, a Mysterium Fidei ». Perciò vedete, amati figli, come sia di somma importanza avere una concezione esatta della santa Messa. Diversamente, non potreste regolarvi in maniera retta nel culto divino, e disporre tutta la vostra esistenza (( in iode della gloria » del Padre celeste (9, come conviene a persone santificate dal battesimo. Quindi, compiamo un dovere pastorale nel ravvivare con voi, amati figli, la nostra fede nell’augusto Mistero dell’altare, ricordando, sinteticamente, la dottrina tradizionale al riguardo. Tanto più urge la responsabilità del nostro ufficio, in quanto la mancanza di chiarezza su tale punto della dottrina cattolica ha impedito la crescita spirituale di molte anime, che si £issano in una pericolosa mediocrità. Inoltre, l’eresia protestante, che raggira i nostri amati figli, più o meno, da ogni parte, ha svuotato la concezione della Messa, e, attraverso una tale deformazione, ha strappato dal seno della Chiesa molte nazioni dell’Europa, e, ancora og- gi, tenta di sviare i cattolici dal cammino della salvezza. D’altronde, amati figli, è cosa abituale per l’eresia insinuarsi, in mezzo ai fedeli, attraverso adulterazioni della santa Messa.Per formarsi un’idea esatta della santa Messa è indispensabile una nozione del Sacrificio della Croce. Come sapete, amati figli, Gesù Cristo, Figlio eterno del Padre celeste, venne al mondo, assumendo una natura umana, formata nel seno purissimo di Maria Santissima, per riparare il disordine causato dal peccato dei nostri proge- nitori, per soddisfare la giustizia divina, irritata per la disobbedienza dell’uomo, e per ristabilire l’amicizia fra il Cielo e la terra. Una tale riparazione, soddisfazione e ri- conciliazione, Gesù Cristo la realizzò con il Sacrificio della Croce, nel quale si immolò a se medesimo, purificando le nostre anime con il suo sangue innocente, << affinché potes- simo servire al Dio vivo D (5).Tuttavia, Gesù non concluse la sua opera con l’ascensione al Cielo. Egli volle perpetuarla, e per continuare l’insegnamento delle verità della salvezza, e per applicare i frutti della sua oblazione, che realizzò pienamente e perfet tamente la redenzione di tutto il genere umano, istituì la sua Chiesa. Nello stesso momento in cui si offriva per noi sulla croce, dal suo sacro costato, aperto dalla lancia formava la Chiesa, della quale tutti gli uomini devono fare parte, per conseguire la beatitudine eterna, La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, nel quale scorre la linfa divina che procede dal capo di questo corpo, che è Gesù Cristo stesso.
















































venerdì 18 settembre 2015

Filippo Facci: È sempre Francesco



Il Papa meno carismatico della storia umana - questo - ormai parla così tanto che non si sa neanche se riprendere le sue dichiarazioni. In giugno disse che, in Bolivia, avrebbe masticato foglie di cocaina: qualche giornale snobbò, ma lo disse davvero. Ieri invece dichiarava che i conventi che lavorano come alberghi dovrebbero pagare le tasse: immaginate se l'avesse detto quando nel 2013 ci si scannava sull'argomento. Però l'ha detto: «Se i conventi sono alberghi, allora paghino le tasse», a metà tra una rivoluzione e un'ovvietà. Come al solito non sarà né l'una né l'altra cosa: molti conventi - lo informiamo - sono alberghi e non pagano le tasse, stop: (Roma Ostello del Sacro Cuore una camera doppia Euro 98:00 camera singola 56:50 alla faccia di San Giovanni Bosco che lo volle per accogliere la gioventù bisognosa) vogliamo prenderne atto? La risposta è no. Da lustri si sciorinano asserzioni lapalissiane («se si viola la legge, bisogna intervenire») e poi si continua come prima, perché mancano strumenti, controlli, denunce, persino moduli. E se ne fregano tutti: anzi, a dire il vero - sondaggi alla mano - il popolino non se ne frega per niente, ma poi la diplomazia vaticana accomoda tutto e la classe politica non si sporca le mani. Non lo fece Berlusconi, non lo fece Prodi, non l'ha fatto Monti, mentre Renzi&Padoan hanno esteso anche alle scuole paritarie e alle cliniche convenzionate (della Chiesa) l'esenzione da Imu e Tasi. Intanto il Papa parla, dichiara. Oggi, forse, Bruno Vespa non piangerebbe più: se il Papa gli telefonasse a Porta a Porta, farebbe rispondere che è occupato.

di Filippo Facci

Le Camerette di Don Bosco


Sul retro della Basilica del Sacro Cuore in via Marsala, viene conservato un ambiente che ricorda il passaggio e la permanenza di Don Bosco a Roma.

Familiarmente viene chiamato “le Camerette di Don Bosco”.

Si tratta di un ampio locale che ha ospitato il Santo nel suo viaggio a Roma (il 20° e ultimo), in occasione della consacrazione della Basilica.

Il Santo vi alloggiò dal 30 aprile al 18 maggio 1887.

Lo spazio era suddiviso in due stanze separate da una parete, oggi abbattuta per consentire l’ampliamento in funzione di una cappella per la preghiera personale o dei gruppi.

La prima stanza veniva utilizzata da Don Bosco come studio per il ricevimento di quanti desideravano incontrarlo. La stanza attigua era attrezzata come camera da letto, con l’aggiunta di un altare ad armadio per la celebrazione privata della Messa da parte del Santo, ormai molto affaticato e in condizioni precarie di salute.

Qui Don Bosco ha operato due prodigiosi interventi, che contribuirono a confermare la fama di “santo”, ancora vivente: liberò totalmente dalla sordità un seminarista, che vedeva compromessa la sua vocazione da questo difetto fisico e guarì, sull’istante, una signora che da molti anni aveva un braccio paralizzato.

Quando la Chiesa riconobbe la santità di Don Bosco, questi ambienti divennero meta di continui pellegrinaggi e di devota permanenza in preghiera. L’afflusso costante di pellegrini convinse i Salesiani ad abbattere la parete che divideva le due stanze allo scopo di offrire un unico ambiente, utilizzabile per l’incontro e la preghiera dei gruppi.

Per avvicinare ancora meglio il visitatore alla presenza viva di Don Bosco, che l’ambiente continua a evocare con forza, è stata allestita una grande vetrina contenente molteplici oggetti utilizzati dal Santo mentre si trovava a Roma.

Nella vetrina è anche conservata una preziosa reliquia, costituita da un batuffolo di cotone imbevuto del sangue di Don Bosco, ormai in fin di vita.

È in fase di studio un progetto di ulteriore intervento strutturale dell’ambiente, allo scopo di migliorare l’accesso dei pellegrini, la possibilità della sosta in preghiera e il contatto con la storia di Don Bosco attraverso spazi museali e documentari.

Enzo Bianchi e Repubblica “nascondono” l’intervista scandalo di COSIMO DE MATTEIS

Si rendono conto di averla fatta grossa e, come i bambini dopo una marachella grave, si nascondono. Già, nascondersi. Come i progenitori dopo aver disubbidito a Dio: “Adamo, dove sei?” Non ha certo il potere devastante del peccato originale ma quella intervista su Repubblica del 9 settembre ha lasciato il segno: per chi conosceva Enzo Bianchi è stata la conferma –l’ennesima- di come il sedicente “priore di Bose” sia poco più che un inquieto ottantenne ateo o, al più, aggrappato ad una viscida (nel senso di scivolosa. E non solo) religione umanitaria che ogni buon cattolico sa essere quella “religione propedeutica all’anticristo”.
Padre Livio Fanzaga, Direttore di Radio Maria
Padre Livio Fanzaga, Direttore di Radio Maria
Lo stesso padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ha pubblicato almeno una decina di libri soltanto per metterci in guardia dalla eventualità di una religione umanitaria (“sarebbe una catastrofe”, ha scritto) ed un’altra decina per preannunciarci una apostasia. E non una apostasia di pochi, oligarchica, d’élite: no, no: una apostasia di massa e, udite udite, della stessa Chiesa. Preceduta dall’avvento del pastore idolo. I libri sono lì: basta leggerli.

Dunque il signor Bianchi ha davvero esagerato e, come si diceva, si è reso conto: lui ed il suo entourage. Come prima conseguenza l’articolo è scomparso dai siti internet di Repubblica e della “comunità di Bose”. E questo fa pensare. (comunque l’articolo intervista, almeno per ora, è qui:
http://www.unachiesaapiuvoci.it/notizia.php?Id_sezione=1&Id_notizia=847 ).


Molti siti e blog cattolici non sono rimasti indifferenti, anzi. La reazione c’è stata, eccome. Ed anche forte. Verrebbe persino da pensare che in un ipotetico gioco delle parti l’intervista scandalo sia stata concordata: la pubblicazione è di poche ore successiva a quella dei due “Motu Proprio” che hanno sfaldato alla base la indissolubilità del Matrimonio. Chissà, forse è solo una coincidenza ed un nostro cattivo pensiero.
INTESA


Ad ogni modo lunedì 14 settembre è intervenuto Antonio Livi su “La Nuova Bussola Quotidiana” con un articolo significativamente intitolato “Enzo Bianchi, l’«umanista ateo» getta la maschera” (LEGGI L’ARTICOLO DI LIVI ) e, in apertura, mons. Livi dice che la intervista “sarebbe ripetitiva e insignificante se non fosse anche il riassunto del vasto progetto politico-religioso di Enzo Bianchi”, un piccolo manifesto, dunque.

Nonostante l’ampio e documentato argomentare , sul piano teologico ma anche storico, mons. Livi non si fa illusioni di ricevere una qualche risposta, appunto, argomentata :“nemmeno lo stesso Bianchi è stato capace di contraddire le mie critiche alla sua falsa teologia, ad esempio quando gli facevo notare che parlava di Cristo come di una creatura, negandone esplicitamente la divinità (del resto lo ha imparato dal suo maestro Walter Kasper, il quale lo ha imparato a sua volta da Karl Rahner). Ogni volta che ha replicato alle mie critiche teologiche, Bianchi non ha saputo dire altro che in Vaticano lo stimano e lo nominano consulente di questo o di quello, e che i vescovi italiani lo chiamano continuamente a parlare ai fedeli delle loro diocesi”.

BIANCHI
E non solo Bianchi: “Bruno Forte, Gianfranco Ravasi e tanti altri di fronte alle mie critiche teologiche (cfr il mio trattato su Vera e falsa teologia) non tentano nemmeno di confutarle ma si accontentano di mostrarmi orgogliosamente le loro insegne episcopali o cardinalizie.”

Mentre Papa Bergoglio va in America e ci avviciniamo al Sinodo ed all’inusuale “Anno Santo della misericordia” (un unicum nella Storia della Chiesa)a noi non resta che pregare come, nella chiesa, Livi saggiamente suggerisce : “a me non resta che pregare, mentre continuo a consigliare tutti di non prendere per magistero quello che Magistero assolutamente non è.”

cosimo de matteis

giovedì 17 settembre 2015

Emergenza profughi: alcuni punti per capire di Corrado Gnerre



Proponiamo un'articolata riflessione del prof. Corrado Gnerre sul tema dell'emergenza immigrazione in Italia

Sintesi: Una premessa importante: la comunità nazionale - Le condizioni del dovere di accogliere - “... anche gli Italiani sono stati un popolo di migranti” - Il dovere di soccorrere e la parabola del buon Samaritano ... commentata bene - Non tutti possono essere profughi - Bisogna stare attenti a ciò che si dice - Muri o non- muri ... - La responsabilità degli innominati - Ulteriori spiegazioni socio-economiche.


mercoledì 16 settembre 2015

Santo Rosario di riparazione a Vicenza il 18 settembre p.v.


Sta per svolgersi a Vicenza, l'ennesimo oltraggio blasfemo alla nostra Santa Religione che andrà purtroppo in scena al Teatro Olimpico il prossimo 18 settembre.

Tutti a Vicenza venerdì 18 settembre 2015



Non possiamo tacere!

Se l'accettare gli oltraggi e le offese personali senza reagire è segno di grande umiltà e di forza; tacere davanti ad offese gravi e pubbliche fatte a Dio Onnipotente è segno di viltà: dobbiamo reagire!

Per questo v’invitiamo ad unirvi a noi, la sera del prossimo 18 settembre, alle ore 20, per la recita di un S. Rosario di riparazione in via Giuriolo, al lato di Piazza Matteotti.

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posta@sanpiox.it
Un sacerdote vi risponderà. 

La religione dell’arcobaleno al crepuscolo della Cristianità


Ecoteologia, parodia del matrimonio e bagliori di guerra
Rimini 23, 24, 25 ottobre 2015

Sede dei lavori:
Hotel Carlton
Viale Regina Margherita, 6 (* * *)
Marebello di Rimini (RN)
0541.37.23.61 - Fax 0541.37.45.40

Ingresso libero

Programma

Venerdì 23 ottobre


arrivo dei partecipanti all’Hotel Carlton 
ore 21.00 Andrea Giacobazzi: Perché la Siria? Cristiani, guerre, escatologia

Sabato 24 ottobre


ore 9.00 saluto ai partecipanti e inizio dei lavori
ore 9.30 Giovanni Turco: Verità, giuridicità, legalità
ore 10.30 Don Mauro Tranquillo: Cristo Re o Cristo cosmico? Dalla Crociata alla differenziata 
ore 11.30 Maurizio Blondet: L’Impero del caos
ore 12.30 pausa pranzo
ore 15.30 Elisabetta Frezza: Diritto e diritti nel fumo delle parole 
ore 16.30 Alessandro Gnocchi: Fenomenologia di una “Pope Star” Il successo universale di Bergoglio come frutto della resa al mondo e alla sua mitologia


Conclusione di Don Pierpaolo Maria Petrucci

Domenica 25 ottobre


Ore 10.30 Santa Messa al Priorato Madonna di Loreto - Via Mavoncello 25 - Rimini (frazione Spadarolo)
ore 12.30 Pranzo ufficiale presso il Priorato Madonna di Loreto (offerta libera, iscrizione obbligatoria presso la Segreteria dell’Hotel Carlton)

martedì 15 settembre 2015

LA MESSA DELL'ASSEMBLEA CULLA L'AGNOSTICISMO


Ciò che non c'è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
Così è stato con l'ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.
Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D'altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.
Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell'uso del latino.

Eppure questo è un aspetto determinante, che se eliminato, cambia tutto non solo nella messa, ma nel cristianesimo stesso.

Il submissa voce, il sottovoce per il prete e il corrispondente lungo silenzio per i fedeli, “incastra” prete e fedeli alla fede, senza appoggi umani. Il sacerdote all'altare deve stare di fronte a Dio, ripetendo sottovoce le parole di Nostro Signore, rinnovando il Sacrificio del Calvario. È un rapporto diretto, personale, intimo con Dio; certo mediato dalla consegna della Chiesa, che custodisce e trasmette le parole che costituiscono la forma del sacramento, ma che in quell'istante non si posa sull'umano della Chiesa, ma sul miracolo della grazia. Così facendo il prete, nel rito tradizionale, immediatamente insegna ai fedeli che ciò che conta è Dio stesso, la sua azione, la sua salvezza, e che queste ci raggiungono personalmente.
La nuova messa non è così, è tutta comunitaria. Il prete in essa, oltre ad essere tutto rivolto ai fedeli, opera come colui che narra ai fedeli ciò che il Signore ha fatto nell'ultima cena: racconta ai fedeli le parole e i gesti del Signore, così che l'azione sacramentale che ne scaturisce appare tutta mediata dall'attenzione che questi ultimi vi devono mettere. Scompare così per il prete il rapporto personalissimo con Dio nel cuore della messa cattolica, il canone, sostituito da questo estenuante rapporto con chi è di fronte all'altare. La nuova forma della messa comunitaria ha così trasformato il sacerdote, gettato in pasto all'attivismo più sfiancante, che è quello di farsi mediare la fede e il rapporto con Dio sempre dai fedeli. La nuova messa ha prodotto un nuovo clero non più aiutato a stare con Dio, non più ancorato all'atto di fede.
Il continuo dialogo nella messa, tra sacerdote e assemblea, ha anche modificato la concezione di Chiesa: oggi pensiamo la Chiesa come nascente dal basso, dal battesimo e quindi dal popolo cristiano; non la pensiamo più come realmente è, nascente dall'alto, da Dio, dal sacramento dell'Ordine. Chi pensa che la Chiesa sorga dal battesimo, non sopporta più quel prete all'altare, che sottovoce pronuncia le parole che costituiscono il miracolo del sacramento.
Anche i fedeli sono direttamente rovinati dal nuovo rito perché, continuamente intrattenuti dal parlare del prete, hanno disimparato anch'essi a stare di fronte a Dio. Così Dio stesso si trova sostituito dall'assemblea celebrante, che diventa ingombrante ostacolo nell’educazione al personale atto di fede.
In questi ultimi tempi si è tentato nella messa moderna di correre ai ripari, cercando invano di reintrodurvi un po' di silenzio, collocato dopo la lettura del Vangelo, ma anche questo espediente rivela la gravità della nuova posizione. Questo silenzio reintrodotto, solitamente brevissimo, è un silenzio di riposo umano, di meditazione: esso è di tutt'altra natura rispetto a quello prodotto dal submissa voce. Il submissa voce produce un silenzio che avvolge il rapporto intimo del sacerdote con Dio, che dà la sua persona affinché accada l'azione divina che salva. Il silenzio del submissa voce è incentrato sull’azione di Dio e non sulla meditazione dell’uomo, ed è uno dei più grandi richiami al primato della vita soprannaturale, al primato della grazia.
Non c'è nulla da fare, occorre tornare alla Messa di sempre, per tornare alla centralità dell’atto di fede, personale risposta all'azione di Dio.
Sacerdoti e fedeli non possono resistere di fronte al mondo, se non sono costituiti in forza da questo rapporto personalissimo, che nessuna assemblea può sostituire.
L'alternativa? Un agnosticismo pratico, un dubbio di fede pratico, un sospeso dell'anima, riempito dalle parole di un'assemblea che intrattiene per non far pensare.
Osiamo dirlo: la nuova messa, tutta ad alta voce, tutta narrazione e predica, ha cullato i vari agnosticismi, dei preti e dei fedeli, non fermando il dramma dell'apostasia, cioè dell'abbandono pratico della vita cristiana. Ha illuso, dando, nel migliore dei casi, un po' di calore umano a buon mercato, diseducando a una posizione di fede vera, assolutamente necessaria per attraversare la battaglia di questa vita.

Torniamo alla Messa tradizionale, prima palestra del cristianesimo, quello vero.
fonte "Radicati nella fede"

lunedì 14 settembre 2015

14 settembre, Esaltazione della Santa Croce "Adoramus Te, Christe, et benedicimus tibi, quia per Sanctam Crucem tuam, redemisti mundum".

"Le CHRIST s'est fait obéissant pour nous jusqu'à la mort et la mort de la croix. C'est pourquoi Dieu l'a exalté, et lui a donné un nom 
qui est au - dessu de tout nom." 

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l'albero della vita, il talamo, il trono, l'altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a Lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell'uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell'esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell'imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l'antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all'umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino "crux", cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l'infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.
La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di "Cristo crocifisso". Il cristiano, accettando questa verità, "è crocifisso con Cristo", cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del "patibulum" (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov'era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.Il titolo dell’odierna festa ha bisogno di una spiegazione. La croce che ci portiamo al collo e che appendiamo al muro è stata per secoli uno strumento di supplizio atroce. Che cosa diremmo oggi se qualcuno parlasse di… esaltazione della sedia elettrica o girasse per strada con una piccola ghigliottina appesa al collo? È chiaro che l’esaltazione della croce non equivale affatto ad una approvazione del supplizio della croce.

Che cos’è, allora questa croce che oggi esaltiamo? La Croce è un fatto storico di incalcolabile impatto sulla storia umana. La Croce si esalta in virtù di Colui che vi si è lasciato crocifiggere. La Croce si esalta perché sulla croce è salito consapevolmente il Figlio di Dio, Gesù Cristo. La Croce si esalta perché è una croce abitata dall’Unico che avrebbe potuto discendervi. Il pagano Celso, uno dei più acuti critici del cristianesimo, nel terzo secolo scriveva che «è indegno di Dio morire così». Esatto. Ma è Dio che ha deciso di morire così, e allora la Croce diventa non solo degna di Dio, ma una rivelazione, un suggerimento all’uomo perché possa capire chi è esattamente il suo Dio.

L’apostolo Paolo ci invita a fare nostro questo scandalo e questa stoltezza, perché solo nella Croce di Cristo c’è salvezza per l’uomo. Ecco perché la «esaltiamo», cioè la poniamo in alto, la mettiamo in risalto così che ogni uomo possa vederla. «Esaltare» è il contrario di «nascondere». Guai se il cristiano dovesse occultare la Croce di Cristo, toglierla dal suo annuncio, per paura di essere rifiutato dagli uomini! 

Che cosa significa, allora, esaltare la santa Croce?

Significa esaltare l’amore di Colui che su questo strumento di supplizio ha accettato di morire, del Figlio che si è fatto obbediente per realizzare sino in fondo il dono del Padre. La Croce è esaltata dal Padre, perché il Figlio l’ha vissuta nell’amore e nel dono di sé. La Croce non legittima la sofferenza umana, ma attraverso la Croce Dio la condivide e ci insegna che l’amore è l’unico modo per viverla. Sulla croce Cristo non ama la sofferenza, ma soffrendo ama e ci insegna ad usare lo stesso metodo quando la sofferenza ci raggiunge. Sulla croce Gesù non idealizza la sconfitta, ma sconfitto ama e ci insegna che l’amore vince anche se confitto ad una croce e apparentemente sconfitto. Sulla croce Gesù non proclama la legge della rassegnazione, ma quella del perdono, che non nasce da un surplus di fatalismo, ma da un surplus di amore.

Ed ecco perché questa croce, abitata da Cristo, noi la esaltiamo… vuota. L’amore con cui Gesù è salito in croce è stato la forza sovrumana che lo ha risuscitato e non ha permesso che la morte vincesse sulla vita. La croce non porta più il corpo straziato del Signore, che, risorto, è asceso al cielo alla destra del Padre. Ma la croce è vuota perché continua a cercare gli innumerevoli sofferenti che vogliono, attraverso di essa, dare un senso al dolore attraverso l’amore. «Amico, io vado in cerca di una croce. Vedi, ho un Cristo senza croce, l’ho acquistato presso un antiquario. Mutilato e bellissimo. Ma non ha croce. Per questo mi si è affacciata un’idea. Forse tu hai una croce senza Cristo. Quella che tu solo conosci. Tutti e due siete incompleti. Il mio Cristo non riposa perché gli manca una croce. Tu non sopporti la croce, perché le manca Cristo. Un Cristo senza croce, una croce senza Cristo. Ecco la soluzione: perché non li uniamo e li completiamo? Perché non dai la tua croce vuota a Cristo? Ci guadagneremo tutt’e due. Vedrai».

Il Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI,dopo Otto anni è una lettera morta

Mons. Angelo Amodeo
Il Summorum Pontificum  di papa Benedetto XVI, pubblicata in forma di motu proprio il 7 luglio 2007.
Il motu proprio contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche attualmente in vigore per la celebrazione della cosiddetta messa tridentina, più precisamente la messa celebrata secondo "il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII" oppure secondo "il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962" oppure secondo "l'ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l'autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio".
Le disposizioni del Summorum Pontificum sono entrate in vigore il 14 settembre 2007, festa dell'esaltazione della Santa Croce, e hanno sostituito le precedenti norme contenute nelle lettere Quattuor abhinc annos del 1984 ed Ecclesia Dei adflicta del 1988.Con questo motu proprio, il Papa ha esteso a tutta la chiesa cattolica la possibilità di celebrare la messa con i libri liturgici promulgati il 23 giugno 1962. La facoltà di avvalersi della liturgia antica è inoltre estesa all'uso del "Pontificale Romanum" per la celebrazione di tutti i sacramenti e alla recita del Breviario Romano.Tutti i sacerdoti di rito latino possono usare liberamente e senza alcuna restrizione o autorizzazione il messale del 1962 quando celebrano in forma privata;e publicamente a queste messe private e publiche possono partecipare i fedeli che lo chiedano spontaneamente.Anche le comunità di Istituti di vita consacrata o Società di vita apostolica (cioè le congregazioni sacerdotali e gli ordini religiosi) che celebrano la messa conventuale nella propria chiesa possono celebrare con il Messale del 1962.Per quanto riguarda le parrocchie, ad un gruppo stabile di fedeli che voglia celebrare la messa tridentina basterà rivolgersi al parroco, senza chiedere l'autorizzazione al Vescovo diocesano. Se il parroco non concederà la celebrazione della messa tridentina, i fedeli potranno rivolgersi al Vescovo. Se anche il Vescovo non vorrà rispondere alle esigenze dei fedeli, questi potranno riferirlo alla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei".Nelle chiese non parrocchiali e non conventuali bisognerà rivolgersi al rettore della chiesa per avere l'autorizzazione alla celebrazione col rito latino.
Il Vescovo potrà anche erigere una o più parrocchie personali (senza giurisdizione territoriale, ma con cura d'anime di un gruppo di fedeli) per i gruppi di fedeli che desiderano la liturgia tridentina.
Questo Motu proprio, è lodevole è straordinario, se non fosse per i vescovi ribelli e disobbedienti, che abusando della loro autorità e continuano a distanza di otto anni a contrastare queste Sante disposizioni e impedendo ai fedeli e al clero di potersi abbeverare alla sorgente della vita che è Cristo che si offre vittima nel Santo Sacrificio della Messa. Come avvengono questi soprusi: il vescovo minaccia il suo presbiterio, di metterli a riposo senza stipendio, quando va bene, oppure di isolarli e di fare terra bruciata intorno a essi.  Anche in Italia dopo il 2007 sono incominciate nuove celebrazioni regolari in latino, che si aggiungevano a quelle avviate in seguito agli indulti di papa Giovanni Paolo II. In totale, erano circa un centinaio i luoghi dove la messa tridentina era celebrata con continuità.Nel 2015 sono diminuiti i luoghi di culto ma sono aumentati i fedeli e i centri di messe clandestine, come nelle proprietà private dei fedeli che ospitano questi sacerdoti che celebrano di nascosto delle autorità ecclesiastiche per timore di ritorsione. Si distinguevano, in particolare per il sostegno e la diffusione della Santa Messa Tridentina, l'Istituto religioso dei Frati Francescani dell'Immacolata, oggi stoppati dall'ingiusto commissariamento dell'ordine deciso dal Vaticano nell'estate 2013.

Il 7 luglio 2010, in occasione del terzo anniversario di promulgazione del Motu Proprio,era sorto un progetto per la costituzione di una struttura nazionale italiana, denominata "Coordinamenti del Summorum Pontificum, per l'applicazione del Motu Proprio "Summorum Pontificum Cura" di S.S. Benedetto XVI" con lo scopo di aiutare e sostenere tutte le associazioni locali nate per diffondere la messa tridentina.Questo progetto non è mai nato materialmente ma come la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei"sta la e non fa nulla sono tutti appollaiati nelle loro nicchiette aggrappati e incollati alle proprie poltrone e vendono solo parole a quei poveri malcapitati che si rivolgono ad essi. Accanto alla soddisfazione e ai commenti favorevoli provenienti soprattutto dai fedeli e dal clero più giovani, nonché da molti sacerdoti dei paesi francofoni e anglosassoni, il Motu Proprio, alla sua pubblicazione, non ha mancato di suscitare molti commenti sfavorevoli, soprattutto tra il clero che avevano personalmente vissuto la stagione del Concilio Vaticano II, per i quali esso è apparso come una revisione ed un passo indietro della Chiesa rispetto ai cambiamenti portati dalla grande assise ecumenica.In Italia entusiasmo venne espresso dai cardinali Angelo Scola e Carlo Caffarra nonché persino alcuni politici come il Presidente emerito della repubblica  Francesco Cossiga e Il Senatore a Vita Giulio Andreotti "L'Italia cristiana ringrazia per il ritorno della messa tradizionale". La scelta del Papa venne invece qualificata come "anticonciliare" dalle Comunità cristiane di base, dai cosiddetti cattolici "adulti" e da una parte di vescovi come Mons. Luca Brandolini .

Per monsignor Bernard Fellay, superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la "normalizzazione" della messa "non di San Pio V", precisava, "bensì della Chiesa di sempre" era stato "un atto di giustizia, un aiuto soprannaturale straordinario in un momento di grave crisi ecclesiale".Siamo alla Vigilia del Giubileo straordinario del Perdono e della Misericordia indetto da Sua Santità Papa Francesco,"Tempus fugit"  Quando siamo nella fatica sembra che non passi, mentre quando ci è compagna la gioia pare che voli,irrefrenabile.Non è il tempo a correre veloce o pesante, ma è la qualità con cui lo attraversiamo.In questo anno Santo che verrà cari amici della Santa Messa Tridentina uomini e donne che attenti al mistero della fede cristiana e al Santo Sacrificio della Messa riflettete sul l'importanza di difendere la Fede di sempre, e la Messa di sempre dai Vescovi, che incrostati di mondanità di orgoglio e di superbia,hanno perso di vista la loro missione, che la Chiesa gli ha affidato :"annunciare il Vangelo a ogni creatura". La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell'esempio, e dell'amore compassionevole, attraverso il santo sacrificio della messa cuore e centro della MISERICORDIA.

domenica 13 settembre 2015

Una ferita al matrimonio cristiano del prof. Roberto de Mattei


I due Motu proprio di Papa Francesco Mitis iudex Domins Iesus per la Chiesa latina e Mitis et misericors Jesu per le Chiese orientali, resi noti l’8 settembre 2015, infliggono una grave ferita al matrimonio cristiano.

L’indissolubilità del matrimonio è legge divina e immodificabile di Gesù Cristo. La Chiesa non può “annullare”, nel senso di sciogliere, un matrimonio. Essa può, con una dichiarazione di nullità, verificarne l’inesistenza, dovuta alla mancanza di quei requisiti che ne assicurano la validità. Ciò significa che in un processo canonico la priorità della Chiesa non è l’interesse dei coniugi nell’ottenere la dichiarazione di nullità, ma la verità sulla validità del vincolo matrimoniale.

Pio XII ci ricorda a questo proposito che «nel processo matrimoniale il fine unico è un giudizio conforme alla verità e al diritto, concernente nel processo di nullità la asserita non esistenza del vincolo coniugale» (Allocuzione alla Rota Romana, 2 ottobre 1944). Il fedele può imbrogliare la Chiesa per ottenere la nullità, per esempio attraverso l’uso di testimonianze false, ma la Chiesa non può raggirare Dio e ha il dovere di un accertamento della verità limpido e rigoroso.

Nel processo canonico deve essere difeso prima di tutto il supremo interesse di un’istituzione divina qual è il matrimonio. Il riconoscimento e la protezione di questa realtà sono formulati in ambito giuridico con la sintetica espressione favor matrimonii, ovvero la presunzione, fino a prova contraria, della validità del matrimonio. Giovanni Paolo II ha ben spiegato che l’indissolubilità è presentata dal Magistero come la legge ordinaria di ogni matrimonio celebrato, proprio perché ne è presupposta la validità, a prescindere dal successo della vita coniugale e dalla possibilità, in taluni casi, della dichiarazione di nullità (Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2000).

Quando l’illuminismo cercò di colpire a morte il matrimonio cristiano, Papa Benedetto XIV, con il decreto Dei miseratione del 3 novembre 1741, ordinò che in ogni diocesi venisse nominato un defensor vinculi e introdusse, per ottenere la dichiarazione di nullità, il principio della necessaria conformità delle sentenze in due gradi di giudizio. Il principio della doppia sentenza conforme fu consacrato dal Codice di Diritto canonico del 1917 ed è stato recepito nella codificazione promulgata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983. Nei Motu proprio di Papa Francesco l’ottica è ribaltata. L’interesse dei coniugi ha il primato su quello del matrimonio. È lo stesso documento ad affermarlo, riassumendo in questi punti i criteri fondamentali della riforma: abolizione della doppia sentenza conforme, sostituita da una sola sentenza in favore della nullità esecutiva; attribuzione di una potestà monocratica al vescovo, qualificato come giudice unico; introduzione di un processo breve, e di fatto incontrollabile, con la sostanziale esautorazione del ruolo della Sacra Rota.

Come altro interpretare, ad esempio, l’abolizione della doppia sentenza? Quali sono i gravi motivi per i quali, dopo 270 anni, questo principio viene abrogato? Il cardinale Burke ha ricordato come esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette Provisional Norms che eliminarono di fatto l’obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato “il divorzio cattolico” (Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014, pp. 222-223).

Più grave ancora è l’attribuzione al vescovo diocesano della facoltà, come giudice unico, di istruire discrezionalmente un processo breve e arrivare alla sentenza. Il vescovo può esercitare personalmente la sua potestà giurisdizionale o delegarla ad una commissione, non necessariamente composta da giuristi. Una commissione formata a sua immagine che seguirà naturalmente le sue indicazioni pastorali, come già avviene con i “centri diocesani di ascolto”, fino ad oggi privi di competenza giuridica. Il combinato tra il can. 1683 e l’articolo 14 sulle regole procedurali ha sotto questo aspetto una portata esplosiva. Sulle decisioni peseranno inevitabilmente considerazioni di natura sociologica: i divorziati risposati avranno, per ragioni di “misericordia”, una corsia preferenziale. «La Chiesa della misericordia – osserva Giuliano Ferrara –si è messa a correre» (“Il Foglio”, 9 settembre 2015). Si corre su una strada non amministrativa, ma “giudiziaria”, in cui di giudiziario resta ben poco.

In alcune diocesi i vescovi cercheranno di assicurare la serietà della procedura, ma è facile immaginare che in molte altre diocesi, per esempio del Centro-Europa, la dichiarazione di nullità diventerà una pura formalità. Nel 1993 Oskar Saier, arcivescovo di Friburgo im Br. Karl Lehman, vescovo di Mainz, e Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart, produssero un documento a favore di coloro che erano certi in coscienza della nullità del loro matrimonio ma non avevano gli elementi per provarlo in tribunale (Vescovi dell’Oberrhein, Accompagnamento pastorale dei divorziati, “Il Regno Documenti”, 38 (1993), pp. 613-622).

La Congregazione per la Dottrina della Fede rispose con la Lettera Annus Internationalis Familiae del 14 settembre 1994, affermando che questa via non era percorribile, perché il matrimonio è una realtà pubblica: «non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento». Ma la proposta è stata ripresa recentemente dall’ufficio pastorale della Diocesi di Friburgo (Orientamenti per la pastorale dei divorziati, “Il Regno Documenti”, 58 (2013), pp. 631-639), secondo cui i divorziati risposati, in seguito alla “nullità di coscienza” del precedente matrimonio, potranno ricevere i sacramenti e ottenere incarichi all’interno dei consigli parrocchiali.

Al favor matrimonii si sostituisce il favor nullitatis, che viene a costituire l’elemento primario del diritto, mentre l’indissolubilità è ridotta a un “ideale” impraticabile.L’affermazione teorica dell’indissolubilità del matrimonio si accompagna infatti, nella prassi, al diritto alla dichiarazione della nullità di ogni vincolo fallito. Basterà, in coscienza, ritenere invalido il proprio matrimonio per farlo riconoscere come nullo dalla Chiesa. È lo stesso principio per cui alcuni teologi considerano “morto” un matrimonio in cui a detta di entrambi, o di uno dei coniugi, “è morto l’amore”.

Benedetto XVI, il 29 gennaio 2010, ha ammonito il Tribunale della Sacra Rota Romana a non indulgere nell’annullamento dei matrimoni per «accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale». Ma nelle diocesi del Centro-Europa la dichiarazione di nullità diventerà un atto di pura formalità, come avvenne negli Stati Uniti all’epoca delle Provisional Norms. Per la nota legge, secondo cui «la moneta cattiva scaccia quella buona», nel caos che si verrà a determinare, il “divorzio breve” è destinato a prevalere sul matrimonio indissolubile.

È da più di un anno che si parla di scisma latente nella Chiesa, ma ora a dirlo è il card. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Fede, che in un suo discorso a Ratisbona ha evocato il rischio di una scissione nella Chiesa, invitando a essere molto vigili e non dimenticare la lezione dello scisma protestante che incendiò l’Europa cinque secoli fa.

Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia di ottobre, la riforma di Papa Francesco non spegne nessun incendio, ma lo alimenta e spiana la strada ad altre disastrose innovazioni. Il silenzio non è più possibile. (Roberto de Mattei)

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