Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

martedì 1 marzo 2016

DOMENICO SAVIO "La morte ma non peccati."




Domenico Savio nacque il 2 aprile 1842 a Riva di Chieri, a 4 km. dall'industre cittadina piemontese. Crisi di lavoro aveva da un anno costretto il padre, Carlo Savio, contadino, ad abbandonare campi e vigne dei colli natii di Castelnuovo, ed a tentare di guadagnarsi il pane col mestiere del fabbro-ferraio.

Ma ci stette appena due anni, perchè nel 1844 il padre riportò la famiglia a Castelnuovo e proprio nella borgata di Morialdo in cui era nato Don Bosco.

Da natura aveva sortito «un'indole buona, un cuore propriamente nato per la bontà» (Don Bosco, Vita, c. 1).

La famiglia, modestissima, «non ricca che di aspirazioni cristiane, di vita cristiana, vissuta, sebbene nelle più modeste condizioni, nell'esercizio ordinarìo, nel compimento degli ordinari doveri della vita comune » (Pio XI), aveva quel che si dice il sensus Christi, più che sufficiente ad avviare i figli alla virtù. I genitori, che diedero alla luce ben dieci figliuoli, erano « lodati dai vicini come cristiani esemplari ». Il babbo, contadino, costretto da crisi di lavoro a fare il fabbro-ferraio, era assiduo cantore in parrocchia e stimato da tutti come « ottimo cattolico ». La madre, così pia, che, quando morì, il Parroco disse ai figliuoli: « Non state a pregare per vostra madre, perchè era una santa donna, ed ora è già in Paradiso ». Sempre a tutte le funzioni in chiesa, non tralasciavano mai il Rosario in casa. Nelle lunghe sere d'inverno lo dicevano, con altre famiglie vicine, nelle stalle - come si usava -- tra oneste conversazioni e la lettura di buoni libri affidata generalmente ai ragazzi od alle ragazze migliori.

Il babbo, all'atto del battesimo di Domenico, figurava ancora come « illitterato »; ma alla morte del santo figliuolo gli lesse correntemente tutte le preghiere della buona morte dal Giovane Provveduto. Il che prova che ìmparò a leggere quand'era già capo di famiglia, nei ritagli di tempo, dopo le fatiche della giornata. La madre faceva la sarta. E questo spiega anche il buon gusto con cui vestiva i suoi figliuoli, specialmente Domenico, che nella costante modestia delle sue condizioni, portava gli abiti con decorosa proprietà, senza ricercatezze, sempre in assetto.

A quattro anni, sapeva le orazioni a memoria e le diceva con amore spontaneamente, pronto anzi a ricordarle ai suoi cari, quando le faccende domestiche costringevano a qualche ritardo. Un giorno che s'assise a tavola un forestiero senza farsi neppure ìl segno di croce, ne provò tanta pena da rifugiarsi in un angolo con la sua scodella in mano. Richiesto, poi del perchè di quei « capricci », rispose candidamente: « Io non ho osato pormi a tavola con uno che si mette a mangiare come fanno le bestie ».

La pietà, sentita e fervida, gli rendeva cara l'obbedienza e gli ispirava un tenerissimo affetto per i genitori. Stava volentieri in casa presso la mamma e, quando il papà tornava dal lavoro, gli correva incontro, gli saltava al collo e lo colmava di carezze e di baci, esprimendo una comprensione delle sue fatiche, e dei suoi sacrifici, che non è facile riscontrare: «Caro papà, quanto siete stanco! non è vero - gli diceva - voi lavorate tanto per me ed io non son buono ad altro che a darvi fastidio; ma pregherò il buon Dio che doni a voi le sanità, e che mi faccia buono». Poi lo accompagnava in casa, gli presentava la sedia, lo faceva sedere e gli teneva compagnia, facendogli mille carezze. Gli stessi genitori seppero innamorarlo della chiesa, portandoselo insieme alle sacre funzioni ed instillandogli il dovuto rispetto alla casa di Dio. Fu la cosa che colpì il cappellano di Murialdo fin dalla prima volta che lo vide, a cinque anni, in compagnia della madre. « La serenità del suo sembiante, la compostezza della sua persona - ne scrisse poi a Don Bosco nel 1857 -- il suo atteggiamento divoto, trassero sopra di lui gli sguardi miei e gli sguardi degli altri ». Ma qual sorpresa vederlo più volte in anticipo davanti alla porta ancor chiusa, in ginocchio sul limitare, col capo chino e le manine giunte, ad attendere che si aprisse! Talora sul terreno coperto di fango, sotto la pioggia e perfin sotto la neve!... Gli altri ragazzi schiamazzavano a loro agio nei pressi.

La prima Comunione.

Imparò presto a servir Messa e la serviva come un angioletto, grato al sacerdote che lo aiutava a reggere il messale, incomodo e pesante per lui. A sette anni sapeva già tutto il piccolo Catechismo a memoria. L'aperta intelligenza e l'ardente pietà gli ottennero, eccezione più unica che rara a quei tempi, la grazia della prima Comunione. Non si leggono senza emozione le pagine in cui Don Bosco, su testimonianza dello stesso cappellano e dei genitori, descrive il fervore della sua preparazione, il suo raccoglimento, la richiesta del perdono alla mamma, la compunzione del cuore alla Confessione, la Comunione, il ringraziamento. Si pensi che la funzione durò cinque ore. E Domenico fu il primo ad entrare in chiesa, l'ultimo ad uscirne.

Ma il documento più esplicito del suo progresso spirituale l'abbiamo nei ricordi che egli si scrisse su di un biglietto e conservò poi sempre in un suo libro di divozioni per rileggere e riconfermare a quando a quando: Ricordi fatti da me, Savio Domenico, l'anno 1849, quando ho fatto la prima Comunione, essendo di sette anni:

1. Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza.

2. Voglio santificare i giorni festivi.

3. I miei amici saranno Gesù e Maria.
 
4. La morte ma non peccati.

Nei tre primi ricordi si può facilmente scorgere l'ispirazione del cappellano; ma il quarto, che è il più impegnativo, è tutto suo.

Don Bosco, commosso da tanto fervore, termina il capitolo stilla prima Comunione con queste parole:

Se tra quelli che leggeranno questo libretto vi fosse mai chi avesse ancora da fare la prima comunione, io vorrei caldamente raccomandargli di farsi modello il giovane Savio. Mi raccomando poi quanto so e posso ai padri, alle madri di famiglia e a tutti quelli che esercitano qualche autorità sulla gioventù, di dare la più grande importanza a questo atto religioso.

Siate persuasi che la prima comunione ben fatta pone un solido fondamento morale per tutta la vita; e sarà cosa strana che si trovi alcuno che abbia compiuto bene quel solenne dovere, e non ne sia succeduta una vita buona e virtuosa. Al contrario si contano a migliaia i giovani discoli, che sono la desolazione dei genitori e di chi si occupa di loro; ma se si va alla radice del male si conosce che la loro condotta cominciò ad apparire tale nella poca o nessuna preparazione alla prima comunione. E meglio differirla, anzi i meglio non farla, che farla male.

Volitivo, a sette anni.

Se si riflette che, come scrisse Don Bosco, i ricordi della prima Comunione « furono come la guida delle sue azioni fino alla fine della vita», è facile misurare l'energia di volontà che fin d'allora il tenero fanciullo dimostrava. Un volitivo, a sette anni, e di che tempra! Lo aiutò indubbiamente la scuola, la quale allora non era ancora infetta dalla peste del laicismo. Anzi, nei paesi, era per lo più in mano al clero, perchè scarseggiavano i maestri laici. Del resto anche gli insegnanti laici avevano allora, per lo più, il senso cristiano della loro missione educatrice e facevano coscienziosamente posto alla religione. Domenico Savio, pel corso elementare, ne ebbe tre tutti sacerdoti, a Murialdo, a Castelnuovo, a Mondonio.

Il secondo, Don Allora, scrisse a Don Bosco:

Egli era di complessione alquanto debole e gracile, di aspetto grave misto al dolce con un non so che di grave e piacevole. Era d'indole mitissima e dolcissima, di un umore sempre uguale. Aveva costantemente tale contegno nella scuola e fuori, in chiesa e ovunque, che quando l'occhio, il pensiero o il parlare del maestro volgevasi a lui, vi lasciava la più bella e gioconda impressione. La qual cosa per un maestro si può chiamare uno dei rari (1) compensi delle dure fatiche che spesso gli tocca di sostenere indarno nella coltura di aridi e mal disposti animi di certi allievi. Laonde posso dire che egli fu Savio di nome e tale pur sempre si mostrò col fatto, vale a dire nello studio, nella pietà, nel conversare coi suoi compagni ed in ogni sua azione. Dal primo giorno che entrò nella mia scuola sino alla fine di quell'anno scolastico e nei quattro mesi dell'anno successivo ci progredì nello studio in modo straordinario. Egli si meritò costantemente il primo posto di suo periodo, e le altre onorificenze della scuola e quasi sempre tutti i voti di ciascuna materia, che di mano in mano s'andava insegnando. Tal felice risultato della scienza non è solo da attribuirsi all'ingegno non comune, di cui egli era fornito, ma eziandio al grandissimo suo amore allo studio ed alla virtù. È poi degna di speciale ammirazione la diligenza con cui procurava di adempiere i più minuti doveri di scolaro cristiano e segnatamente l'assiduità e la costanza mirabile nella frequenza della scuola. Di modo che, debole qual egli fu sempre di salute, percorreva ogni giorno oltre quattro chilometri di strada, il che ripeteva pur quattro fiate tra l'andata e ritorno ».

Mirabili le risposte che diede ad una persona attempata che l'incontrò un giorno, tutto solo per istrada, sotto la sferza del sole di estate, alle due del pomeriggio.

- Caro mio, non hai timore a camminare tutto solo per queste strade?

- Io non sono solo, ho l'angelo custode che mi accompagna in tutti i passi.

- Almeno ti sarà penosa la strada per questo caldo, dovendola fare quattro volte al giorno. - Niente è penoso, niente è fatica quando si lavora per un padrone che paga molto bene. - Chi è questo padrone?

- È Dio creatore che paga un bicchier d'acqua dato per amor suo.

Alla fine del 1852, il padre lasciò anche Murialdo e trasferì la famiglia a Mondonio, ove Domenico finì il corso elementare ed imparò anche un po' di latino. Il maestro Don Cugliero fece di lui a Don Bosco questo elogio:

« Io posso dire che in venti anni da che attendo ad istruire i ragazzi non ne ebbi mai alcuno che abbia pareggiato il Savio nella pietà. Egli era giovane di età, ma assennato al pari di un uomo perfetto. La sua diligenza, assiduità allo studio, e l'affabilità si cattivavano l'affetto del maestro e lo rendevano la delizia dei compagni. Quando lo rimiravo in chiesa, io ero compreso da alta meraviglia nel vedere tanto raccoglimento in un giovinetto di così tenera età. Più volte ho detto tra me stesso: Ecco un'anima innocente, cui si aprono le delizie del paradiso, e che coi suoi affetti va ad abitare cogli angeli del cielo... ».

Tra i fatti speciali va rilevata l'eroica sopportazione di una grave calunnia. Un compagno scapestrato, dopo aver provocato un disordine, addossò le colpa al Savio. E questi, senza dire parola, si lasciò mettere in ginocchio in mezzo all'aula come fosse stato davvero colpevole. Quando il maestro venne in chiaro dell'accaduto e gli chiese con sorpresa perchè non si fosse scolpato, egli candidamente rispose: « Perchè quel tale, essendo già colpevole di altri falli, sarebbe forse stato cacciato di scuola; dal canto mio speravo di essere perdonato, essendo la prima mancanza di cui era accusato nella scuola: d'altronde pensava anche al nostro Divin Salvatore, il quale fu ingiustamente calunniato ».

(1) Don Bosco nella biografia sostituì cari.

L'incontro con Don Bosco.

Era il 2 ottobre, primo lunedì del mese, 1854. Don Bosco si trovava al colle natio con alcuni dei giovani migliori dell'Oratorio di Valdocco: aveva celebrato, il giorno innanzi, la festa della Madonna del Rosario, e si preparava a ritornare a Torino.

« Il volto suo ilare, l'aria ridente ma rispettosa » trassero verso di lui i suoi sguardi, mentre il giovinetto gli si appressava accompagnato dal padre.

- Chi sei ? - gli chiese - donde vieni ?

- Io sono Savio Domenico - rispose il fanciullo, dodicenne - di cui le ha parlato Don Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio.

Il buon sacerdote s'era infatti portato a Torino, alcuni mesi prima, a perorare l'accettazione dell'allievo prediletto all'Oratorio, perchè altrimenti la famiglia non sarebbe stata in grado di fargli proseguire gli studi. E sarebbe stato un peccato perchè, disse a Don Bosco: «Qui in sua casa può avere giovani uguali, ma difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova, e troverà un San Luigi ».

Don Bosco lo prese in disparte e, discorrendo familiarmente con lui degli studi e del tenor di vita fino allora praticato, riscontrò in quel giovane «un animo tutto secondo lo spirito del Signore » e restò « non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in così tenera età ». (Don Bosco, Vita, e. VII).

Si dispose quindi a trattarne col padre. Ma Domenico lo prevenne:

- Ebbene, che gliene pare ? mi condurrà a Torino per istudiare?

- Eh, mi pare che ci sia buona stoffa - rispose.

A che può servire questa stoffa

- A fare un bell'abito da regalare al Signore.

Dunque io sono la stoffa; ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell'abito pel Signore.

- Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio.

Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi aiuterà anche per l'avvenire.

- Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare ?

- Se il Signore mi concederà tanta grazia, desidero ardentemente di abbracciare lo stato ecclesiastico...

Don Bosco gli porse un volumetto delle Letture Cattoliche assegnandogli una pagina da studiare a memoria per l'indomani; poi cominciò a trattare col padre. Ma non trascorsero otto minuti, che Savio tornò a lui a recitargli tutta la pagina.

- Bravo! - gli disse allora il Santo - tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la risposta. Sì, ti condurrò a Torino e fin d'ora sei annoverato tra i miei cari figliuoli ; comincia anche tu fin d'ora a pregare Iddio, affinchè aiuti me e te a fare la sua santa volontà!

Il 29 dello stesso mese, Savio Domenico era a Torino, all'Oratorio di S. Francesco di Sales, che, per l'anno scolastico 1854-55, contava già 115 alunni interni tra studenti ed artigiani, oltre alle centinaia che vi affluivano nei giorni festivi, alle scuole serali e domenicali.

Corse subito nella cameretta del Santo per mettersi - son sue parole - « interamente nelle mani dei suoi superiori »; e, fissando un cartello appeso alla parete con le parole scritturali Da mihi animas, cetera tolle, trattone, con l'aiuto di Don Bosco, il senso « O Signore, datemi anime e prendetevi tutte le altre cose »: - Ho capito! - esclamò - qui non havvi negozio di danaro, ma negozio di anime, ho capito; spero che l'anima mia farà anche parte di questo commercio.

Da quel giorno incominciò l'azione diretta di Don Bosco nello sviluppo della sua spiritualità.

All'Oratorio di San Francesco di Sales.

Don Bosco, nel 1854, contava 39 anni di età, 13 di sacerdozio e di apostolato fra la gioventù. La sua missione era già ben definita: Educatore dell'adolescenza: Adolescentium patreni et magistrum lo proclamò la Chiesa.

La sua scuola era ormai in atto, con un criterio di organizzazione che all'Oratorio di Valdocco offriva l'ambiente adatto anche alla cultura dei santi. Tanto è vero che Domenico Savio si sentì subito nel suo clima.

Fu detto argutamente che la pedagogia di Don Bosco è la «pedagogia del proletariato » (D. Caviglia). La storia riconoscerà a Don Bosco anche il titolo di « apostolo del proletariato» perchè effettivamente le sue predilezioni di ministero furono per questa classe. Ma errerebbe chi si pensasse con simile definizione di ridurre il suo sistema educativo a qualcosa di dozzinale. Pedagogia del proletariato, ma non per fare dei proletari dello spirito. Al contrario, proprio per elevare i figli del popolo alle vette della civile educazione e della perfezione cristiana.

Perchè, è bene dirlo, Don Bosco non fu mai soltanto pedagogo: fu sempre sacerdote; anzi prima sacerdote che pedagogo. Neppur per l'ultimo ragazzo della strada egli si è mai limitato a concepire una funzione pedagogica laica. Mai nella sua testa l'ideale di un uomo « puramente uomo». ideale tanto caro all'anticlericalismo nostrano e straniero, che giunge al paradosso di ritenere come progresso l'educazione avulsa dalla religione. Ci vorrebbe Carducci a bollarli con la sua storica sdegnosa dichiarazione: « L'uomo senza religione è una belva da serraglio, cioè feroce, inumano, inutile a sè, dannoso agli altri ». Oggi egli avrebbe a sostegno della sua tesi la storia contemporanea, la nostra esperienza quotidiana.

Anima humana, naturaliter christiana ha detto Tertulliano. E l'uomo non ha che una via per la sua perfezione integrale: l'imitazione di Cristo.

Don Bosco lo sapeva benissimo. Perciò, mettendosi a servizio della gioventù, si guardò bene dal farle il torto di tarparle le ali.

Noi ci troviamo oggi di fronte ad un ricorso di laicismo che ci si vorrebbe gabellare come conquista democratica, mentre è un tristissimo fenomeno di degenerazione, che, applicato alla pedagogia, atrofizzerebbe l'evoluzione della natura umana. L'uomo che non cresce in Cristo, per usare l'incisivo linguaggio di San Paolo, non raggiungerà mai la perfezione del suo essere; sarà sempre un deficiente, perchè gli resterà sempre la potenza più sublime da tradurre in atto: la potenza di corrispondenza alla Grazia per la elevazione allo stato soprannaturale. Torto imperdonabile alla pedagogia che, per insipienza o per spirito settario, rinunzia a questa quota e prescinde dal cristianesimo nel compimento della sua funzione. E responsabilità gravissima di fronte ai singoli soggetti, capaci di una elevazione superiore, ed alla società costretta ad un livello di mediocrità spirituale, fatalmente suscettibile di sopraffazione da parte del progresso materiale.

È vero che la Chiesa fa la sua parte dove può; ma l'ostentazione agnostica e laicista della pedagogia nella scuola ne contrasta e ne compromette quasi sempre il successo.

È sapienza del maestro individuare la capacità di un'anima, stimolarla ed aiutarla ad ascendere sempre, con decisione, costanza, abnegazione e generosita. Quel che fece Don Bosco. La corrispondenza del Savio non poteva essere più consolante. Nel capo VIII della biografia leggiamo: «Tutte quelle virtù, che noi abbiamo veduto nascere e crescere nei vari stadi di sua vita, crebbero ognora meravigliosamente e crebbero insieme senza che una fosse di nocumento all'altra ».

Di questa crescita furono testimoni i giovani dell'Oratorio ai quali il Santo potè fare appello anche scrivendo la biografia di Magone Michele, in cui, mettendo in rilievo le divergenze dei due tipi, scrisse del Savio: « Voi osservaste la virtù nata con lui e coltivata fino all'eroismo in tutto il corso della sua vita mortale «.

Il maestro ne dà tutto il merito all'alunno. Ma l'armonia dello sviluppo delle virtù da lui praticate in grado eroico, è tutta saggezza di Don Bosco che gli diede la formula adeguata e ne contenne esuberanze pericolose.

Basta ricordare che il Savio tendeva ad austere penitenze che avrebbero potuto pregiudicare, data la gracilità della sua complessione, non solo la resistenza, ma anche l'equilibrio della sua personalità.

La formula della Scuola di Don Bosco.

La formula della scuola di Don Bosco ce la lasciò il Savio in un grazioso colloquio col giovane Gavio Camillo, giunto da Tortona all'Oratorio, un anno dopo, nell'autunno nel 1855:

Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitare il peccato come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia a scriverti fin d'oggi per ricordo: Servite Domino in laetitia, servite il Signore in santa allegria ».

È una formula meravigliosa! Nella grazia dell'adattamento alla mentalità giovanile, ha tutto il fascino e tutte le esigenze dell'ascetica cristiana. Ha la potenza di far dei santi a volo. Come fece di Domenico Savio.

In meno di tre anni « una vera e propria perfezione di vita cristiana, e con quelle caratteristiche che bisognavano a noi - rilevò il Santo Padre Pio XI - ai nostri giorni, per poterle presentare alla gioventù dei nostri giorni, perchè è una vita cristiana, una perfezione di vita cristiana sostanzialmente fatta, si può ben dire, per ridurla alle sue linee caratteristiche, di purezza, di pietà e di apostolato; di spirito e di opera di apostolato » (Allocuzione, 9 luglio 1933).

Difatti, «La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoperarsi per guadagnare anime a Dio; perciocchè non havvi cosa più santa al mondo che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l'ultima goccia del prezioso suo sangue » (Don Bosco, Vita, capo XI).

È l'orientamento salesiano: la prevalenza dello spirito di apostolato sullo spirito di macerazione e di penitenza.

Piccolo apostolo.

Savio si adattò a queste norme ed accentuò il suo apostolato all'Oratorio, in città nell'andare e venire da scuola, a Mondonio durante le vacanze. La biografia narra episodi edificantissimi: per impedire e riparare le bestemmie; per correggere modi grossolani tra i compagni, per distoglierli da discorsi cattivi, da stampe ed illustrazioni oscene, per sedare contese, diverbi, risse. È notissimo il gesto eroico con cui ne rappacificò due tanto irritati da sfidarsi a sassate. Solo, in mezzo a loro, sul campo della sfida, con il suo crocifisso alto levato in mano, si andò ad inginocchiare prima ai piedi dell'uno, poi ai piedi dell'altro, invitandoli a lanciar una pietra contro di lui pronunciando queste parole: «Gesù Cristo innocente morì perdonando ai suoi crocifissori, io peccatore voglio offenderlo e fare una solenne vendetta ».

Naturalmente ambedue si rifiutarono di colpirlo, protestando che non avevano nulla contro di lui, anzi lo avrebbero volentieri difeso qualora fosse stato da altri maltrattato. Egli allora, alzandosi in piedi, proseguì:. « Come ? Voi siete ambedue disposti ad affrontare anche un grave pericolo per difendere me che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di perdonarvi un insulto ed una derisione fattavi nella scuola per salvar l'anima vostra, che costò il sangue del Salvatore, e che voi andate a perdere con questo peccato ?». Non ci volle di più: i due, commossi, si riconciliarono fra loro, andarono a confessarsi e divennero ottimi amici.

Altre volte, purtroppo, il suo apostolato gli costò caro, come quando si fece ad ammonire un nipote di Urbano Rattazzì, manesco ed alquanto anormale, che gli rispose coprendolo di villanie e tempestandolo di pugni e di calci. Savio seppe frenare lo sdegno naturale, sopportò tutto, e si limitò a dirgli: « Io ti perdono: hai fatto male; non trattar con altri in simil guisa ».

Grazioso il modo che usò con un viandante ch'era uscito in una orribile bestemmia. Gli si accostò rispettosamente e lo pregò ad indicargli dove si trovasse l'Oratorio. Quegli, tosto ammansato dall'aria di paradiso che gli spirava dal volto:

- Non lo so, caro ragazzo - gli rispose - mi rincresce.

- Oh, se non sapete questo, voi potreste farmi un altro piacere.

- Volentieri.

Domenico gli s'accostò quanto potè all'orecchio e, con dolcissimo accento, piano che altri non udisse, soggiunse:

- Mi farete un gran piacere se nella vostra collera direte altre parole senza bestemmiare il santo nome di Dio.

- Bravo - esclamò l'altro, stupito ed ammirato - bene, hai ragione: questo è un vizio maledetto che voglio vincere a qualunque costo.

Ma se si adoperava ad impedire il male, ancor più si industriava di eccitare al bene. E per questo sapeva servirsi di tutto: imagini, libri, frutta, qualsiasi dono che gli pervenisse era per lui un'esca santa per attirare i più indifferenti alla preghiera ed ai sacramenti, per stimolare gli indolenti allo studio ed al lavoro, per animare i discoli a miglior condotta. D'inverno, li ricopriva col suo mantello, prestava loro i suoi guanti per condurseli in chiesa o indurli a compiere qualche opera buona. Pulir loro le scarpe, rassettare gli abiti, aiutarli a superare difficoltà scolastiche, assisterli soprattutto in caso di malattia e render loro i più umili servigi: eran per lui non solo un'esercizio di bontà, ma amabili industrie di apostolato, che gli permettevano di dire a tempo debito una parola salutare. Amando ardentemente Iddio, si struggeva anche per la salvezza delle anime.

Ci fu, un giorno, un indiscreto che tentò di interromperlo mentre egli, durante la ricreazione, raccontava un bell'esempio ai compagni.

- Che te ne fa di queste cose ? - gli disse.

- Che me ne fa ? - rispose Savio - me ne fa perchè l'anima dei miei compagni è redenta col sangue di Gesù Cristo; me ne fa perchè siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevolmente l'anima nostra; me ne fa perchè Iddio raccomanda di aiutarci l'un l'altro a salvarci ; me ne fa perchè se riesco a salvare un'anima, metterò anche in sicuro la salvezza della mia ».

Questo zelo gli consigliò una pia associazione che fu il frutto più bello e duraturo del suo spirito di apostolato: la Compagnia dell'Immacolata Concezione. Ci pensò parecchi mesi, poi ne parlò a Don Bosco, stese un abbozzo di regolamento, fece correre la voce fra i migliori, e, l'8 giugno 1856, si impegnò con essi alla osservanza, ai piedi dell'altare di Maria SS.

" Voglio farmi santo! ".

« Eran sei mesi che il Savio dimorava all'Oratorio - ci racconta Don Bosco - quando fu ivi fatta una predica sul modo facile di farsi santo ». Il predicatore, che era lui stesso, si era soffermato a sviluppare specialmente questi tre pensieri: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi - è assai facile riuscirvi - è preparato un gran premio in cielo per chi si fa santo. « Quella predica - sono ancora parole di Don Bosco --per Domenico fu come una scintilla che gli infiammò il cuore di amor di Dio ». Per qualche giorno non disse nulla; ma i compagni prima, e poi anche Don Bosco notarono una diminuzione di allegria nel suo contegno abituale ed un più austero raccoglimento. Il santo si affrettò a chiedergli se patisse qualche male.

- Anzi - rispose - patisco qualche bene.

- Che vorresti dire?

- Voglio dire che mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo: io non pensavo di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica dunque come debbo regolarmi...

Don Bosco lo esortò a non inquietarsi, a conservare una costante moderata allegria, a perseverare nell'esatto adempimento dei doveri di pietà e di studio ed a non mancar mai alla ricreazione coi suoi compagni.

Non fu fuoco di paglia. Qualche tempo dopo, il Santo si profferse a fargli un regalo di suo gradimento e l'invitò a dirgli che cosa desidera se.

- Il regalo che donando - gli rispose - è che mi faccia santo. Io mi voglio dare tutto al Signore, e sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo -io fo niente. Iddio mi vuole santo, ed io debbo farmi tale.

Per la festa di S. Giovanni Battista, suo giorno onomastico, Don Bosco estese l'invito a tutti i giovani, i quali su bigliettini gli espressero i più svariati desideri. Savio Domenico sul suo scrisse: « Dimando che mi salvi l'anima e mi faccia santo ». Partecipando più tardi ad una conversazione in cui si faceva l'etimologia di alcune parole, chiese che cosa volesse dire Domenico; ed avuta la risposta « del Signore »:

- Veda se non ho ragione - insistette - di chiederle che mi faccia santo? fino il nome dice che io sono del Signore. Dunque io debbo e voglio essere tutto del Signore e voglio farmi santo e sarò infelice finchè non sarò santo.

Don Bosco nota: «La smania che egli dimostrava di volersi fare santo non derivava dal non tenere una vita veramente da santo; ma ciò diceva perchè egli voleva far rigide penitenze, passar lunghe ore nella preghiera, le quali cose erangli dal direttore proibite, perchè non compatibili con la sua età e le sue occupazioni».

Saggia discrezione del Maestro, che lo seguiva attentamente ed interveniva prontamente a temperare codesto suo ardore! Gli vietò infatti il digiuno a pane ed acqua ogni sabato ad onore della Madonna, il digiuno quaresimale cui non era tenuto e che alla chetichella egli era riuscito a fare per una settimana, il lasciar la colazione, il mettere schegge di legno e pezzi di mattone nel letto per tormentarsi il sonno, il portare cilizio.

Un mattino d'inverno che egli era rimasto a letto per un incomodo, Don Bosco si accorse che dormiva con la sola coperta d'estate e lo rimproverò:

- Perchè hai fatto così ? Vuoi morir di freddo?

- No - rispose -- non morrò di freddo. Gesù, nella capanna di Betlemme e quando pendeva in croce era meno coperto di me.

Don Bosco gli impose di coprirsi come conveniva e di non permettersi mai più alcuna penitenza senza esplicito suo permesso. Qualche giorno dopo, lo sorprese in cortile tutto afflitto.

- Povero me! - esclamava - io sono veramente imbrogliato. Il Salvatore dice che se non fo penitenza, non andrò in paradiso; e a me è proibito di farne: quale adunque sarà il mio paradiso

- La penitenza che il Signore vuole da te - gli disse allora in modo perentorio - è l'ubbidienza. Ubbidisci, e a te basta.

- Non potrebbe permettermi qualche altra penitenza

- Sì: ti si permettono le penitenze di sopportar pazientemente le ingiurie qualora te ne venissero fatte; tollerare con rassegnazione il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutti gli incomodi di salute che a Dio piacerà di mandarti.

- Ma questo si soffre per necessità.

- Ciò che dovresti soffrire per necessità offrilo a Dio, e diventa virtù e merito per l'anima tua.

Celesti carismi.

Fenomeni straordinari illustrarono una vita così protesa alla santità. Don Bosco ne riferisce più d'uno nella biografia. Frequenti i rapimenti al contatto con Gesù Sacramentato, od anche solo all'esposizione del SS. Sacramento per l'adorazione. Un giorno, alle due del pomeriggio, era ancora nel coretto della chiesa di S. Francesco di Sales, ritto sulla punta dei piedi, una mano appoggiata all'antifonario, lo sguardo fisso, immobile, al tabernacolo. Si era appartato là al mattino a fare il ringraziamento dopo la Comunione; ed il tempo gli era volato, senza che egli se ne accorgesse.

Altra volta Don Bosco lo sorprese in mistico colloquio e colse, tra una pausa e l'altra, queste sue parole: «Sì, mio Dio, ve l'ho già detto e ve lo dico di nuovo: io vi amo e vi voglio amare fino alla morte. Se voi vedete che io sia per offendervi, mandatemi la morte: sì, prima la morte, ma non peccare ».

Bastò, un giorno, che, durante la ricreazione, cadesse il discorso sul tema del paradiso e sulla gloria degli innocenti, che egli perdette ogni sensibilità e s'afflosciò, come morto, fra le braccia degli astanti.

Una volta corse nella camera di Don Bosco e lo invitò a seguirlo in fretta in città. Arrivato ad una porta, salì al terzo piano, tirò un campanello e disse al Santo:

- È qua che deve entrare.

E senz'altro lo lasciò là. In quell'appartamento stava morendo un signore che si era fatto protestante e che smaniava di avere un sacerdote per morire da buon cattolico.

Un'altra volta si presentò invece a chiedergli il permesso di andare subito a casa perchè la mamma era a letto. Nessuno gliene aveva scritto, nè fatto cenno. Giunto a casa, nonostante le insistenze dei suoi che volevano condurlo altrove in attesa che la mamma superasse il momento più difficile, egli salì ad abbracciarla, le pose al collo un abitino della Madonna e, contento, ripartì subito per Torino. Poche ore dopo la mamma allietava la famiglia d'un altro angioletto. Don Bosco gli chiese un giorno come avesse fatto a venire a conoscenza di questi fatti; ma egli, invece di rispondere si mise a piangere. Ed il Santo, che capì trattarsi di rivelazioni straordinarie, non insistette di più. Sull'Inghilterra ebbe come una visione. «Un mattino - finì per raccontare a Don Bosco, pregandolo a non parlarne che al Santo Padre - mentre faceva il ringraziamento alla comunione, fui sorpreso da una forte distrazione (egli chiamava così i suoi rapimenti), e mi parve di vedere una vastissima pianura piena di gente avvolta in densa nebbia. Camminavano, come uomini, che, smarrita la via, non vedono più dove mettono piede. Questo paese, mi disse uno che mi era vicino, è l'Inghilterra. Mentre volevo domandare altre cose, vedo il Sommo Pontefice Pio IX, tale quale aveva veduto dipinto in alcuni quadri.

Egli, maestosamente vestito, portando una luminosissima fiaccola tra le mani, si avanzava verso quella turba immensa di gente. Di mano in mano che si avvicinava, al chiarore di quella fiaccola, scompariva la nebbia, e gli uomini restavano nella luce come di mezzogiorno. Questa fiaccola, mi disse l'amico, è la religione cattolica che deve illuminare gli Inglesi ».

Don Bosco ne parlò a Pio IX, quando il Savio era già morto, nel 1858, ed il Papa ne tenne conto: «Questo -- disse - mi conferma nel mio proposito di lavorare energicamente a favore dell'Inghilterra, a cui ho già rivolto le mie più vive sollecitudini. Tal racconto, se non altro, mi è come consiglio di un'anima buona ».

Maturo per il Cielo.

Il rigor della stagione fece purtroppo precipitare le sue condizioni.

Don Bosco invitò alcuni medici a consulto. Il dottor Vallauri, pieno di ammirazione, esclamò:

- Che perla preziosa è mai questo giovanetto!

Richiesto della causa del male che ne affievoliva di giorno in giorno la salute, soggiunse:

- La sua gracile complessione, la cognizione precoce, la continua tensione di spirito, sono come lime che gli rodono insensibilmente le forze vitali.

- Qual rimedio potrebbe tornargli più utile?

-- Il rimedio più utile - concluse - sarebbe lasciarlo andare in paradiso, per cui mi pare assai preparato. L'unica cosa che potrebbe protrargli la vita si è l'allontanarlo qualche tempo dallo studio e trattenerlo in occupazioni materiali adatte alle sue forze.

Ma neppure la tregua agli studi e le cure dell'infermeria bastarono. Ben presto non si vide altra speranza che quella dell'aria natia. E Don Bosco ne scrisse al padre, fissando la partenza al 1° marzo 1857.

Andrai a casa, e, dopo che ti sarai alquanto ristabilito in salute, ritornerai - gli disse il Santo.

- Oh, questo poi no - rispose Domenico - io me ne vo e non tornerò più.

La sera precedente la partenza, chiese a Don Bosco qual fosse la cosa migliore per un malato per acquistar merito davanti a Dio.

- Offrire spesso a Dio quanto egli soffre - rispose Don Bosco.

Qual'altra cosa potrebbe ancor fare?

- Offrire la sua vita al Signore.

- Posso essere certo che i miei peccati mi siano stati perdonati ?

- Ti assicuro, a nome di Dio, che i tuoi peccati ti sono stati perdonati.

- Posso esser certo di esser salvo?

- Sì, mediante la divina misericordia la quale non ti manca, tu sei certo di salvarti.

- Se il demonio venisse a tentarmi che cosa gli dovrei rispondere?

- Gli risponderai che hai venduta l'anima a Gesù Cristo, e che egli l'ha comprata col prezzo del suo sangue; se il demonio ti facesse ancora delle difficoltà, gli chiederai qual cosa egli abbia fatto per l'anima tua. Al contrario Gesù Cristo ha sparso tutto il suo sangue per liberarla dall'inferno e condurla seco in paradiso.

- Dal paradiso potrò vedere i miei compagni dell'Oratorio ed i miei genitori ?

- Sì, dal paradiso vedrai tutte le vicende dell'Oratorio, vedrai i tuoi genitori, le cose che li riguardano, ed altre cose mille volte ancor più belle.

- Potrò venire a far loro qualche visita?

Potrai venire, purchè tal cosa torni a maggior gloria di Dio.

L'indomani fece tutte le pratiche dell'esercizio di buona morte, si congedò dai compagni, uno per uno, saldò un debito di due soldi che aveva con uno di essi, parlò ai soci della Compagnia dell'immacolata, e poi salutò Don Bosco:

- Ella dunque non vuol proprio questa carcassa - gli disse - ed io son costretto a portarla a Mondonio. Il disturbo sarebbe di pochi giorni... poi sarebbe tutto finito; tuttavia sia fatta la volontà di Dio. Se va a Roma si ricordi della commissione dell'Inghilterra presso il Papa; preghi affinchè io possa fare una buona morte e a rivederci in paradiso...

" Oh, che bella cosa io vedo!".

A casa, la durò pochi giorni, in alternativa di un passeggero miglioramento. Volle ricevere il Santo Viatico e l'Estrema Unzione.

Dopo quella che egli ritenne dovesse essere l'ultima sua comunione, rinnovò i propositi della prima. Terminato quindi il ringraziamento, esclamò:

- Ora sono contento: è vero che debbo fare il lungo viaggio dell'eternità, ma con Gesù in mia compagnia ho nulla a temere. Oh, dite pur sempre, ditelo a tutti: chi ha Gesù per suo amico e compagno non teme più alcun male, nemmeno la morte.

Prima di ricevere l'Olio Santo, fece questa preghiera:

- Oh, Signore, perdonate i miei peccati, io vi amo, vi voglio amare in eterno. Questo sacramento che nella vostra infinita misericordia permettete che io riceva, scancelli dall'anima mia tutti i peccati commessi con l'udito, con la vista, con la bocca, con le mani e coi piedi: sia il mio corpo e l'anima mia santificata dai meriti della vostra passione: così sia.

Ricevuta anche l'indulgenza plenaria, in articulo mortis, volse gli occhi al crocifisso e recitò questi versi che gli erano molto familiari:

- Signor, la libertà tutta vi dono - Ecco le mie potenze, il corpo mio - Tutto vi dò, chè tutto è vostro, o Dio, - E nel vostro voler io m'abbandono.

Vide « appressarsi la morte - scrisse Don Bosco - colla tranquillità dell'anima innocente». Un'ora e mezzo prima che spirasse, il Prevosto tornò a leggergli le preghiere della raccomandazione dell'anima. Richiesto ancora di un ricordo:

- Per me - rispose - non saprei che ricordo lasciarti.

- Qualche ricordo che mi conforti...

- Non saprei dirti altro se non che ti ricordi della passione del Signore.

-- Deo gratias! - concluse il Savio - la passione di nostro Signor Gesù Cristo sia sempre nella mia mente, nella mia bocca, nel mio cuore. Gesù, Giuseppe e Maria assistetemi in quest'ultima agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l'anima mia.

Si addormentò e riposò per una mezz'ora. Svegliatosi, chiamò il papà:

-- Mio caro papà, è tempo: prendete il mio Giovane Provveduto, e leggetemi le preghiere della buona morte.

La mamma non potè più resistere: le si schiantava il cuore. Il babbo, fra i singulti, si mise a leggere. Giunto alle ultime invocazioni litaniche cui Domenico rispondeva a voce distinta «misericordioso Gesù, abbiate pietà di me! », soggiunse:

- Questo è appunto quello che desidero. Oh, caro papà, cantare eternamente le lodi del Signore!...

Parve prendere ancora un po' di riposo; poi all'improvviso si scosse e:

- Addio, caro papà, addio! - esclamò - il prevosto voleva ancora dirmi altro ed io non posso più ricordarmi... Oh, che bella cosa io vedo mai!...

Con un sorriso di cielo sulle labbra, le mani giunte in forma di croce dinanzi al petto, serenamente spirò. Era la sera del 9 marzo 1857.

Pel mondo si diffuse un soave profumo: il profumo di una santità nuova, a 15 anni! Santo Stanislao Kostka ne aveva 18. San Giovanni Berkmans e San Luigi Gonzaga ne avevano 23.

Santità completa: fatta di innocenza, di preghiera, di penitenza, di fervore Eucaristico e di tenera divozione a Maria SS.ma, di serena costante fedeltà al dovere, di doni carismatici, estasi, profezie, visioni, eroismi di carità e di apostolato, e coronata, dopo morte, da celesti apparizioni al padre, a Don Bosco, di grazie e favori spirituali, fino al clamor dei miracoli.

Don Bosco lasciò scritto: « Io ho invitato i suoi compagni a dirmi se nei tre anni che dimorò tra noi avessero notato nel Savio qualche difetto da correggere o qualche virtù da suggerire; ma tutti furono d'accordo che in lui non trovarono mai cosa che meritasse correzione, nè avrebbero saputo quale virtù aggiungere in lui » (Capo XIV).

E conclude la Vita con questa dichiarazione: « Nella povera sua condizione egli visse una vita la più lieta, virtuosa ed innocente, che fu coronata da una santa morte. Imitiamolo nel modo di vivere ed avremo una doppia caparra di essergli simili nella preziosa morte. Ma non manchiamo d'imitare il Savio nella frequenza del Sacramento della confessione, che fu il suo sostegno nella pratica costante della virtù e fu guida sicura che lo condusse ad un termine di vita cotanto glorioso. Accostiamoci con frequenza e con le dovute disposizioni a questo bagno di salute nel corso della vita; ma tutte le volte che ci accosteremo, non manchiamo di volgere un pensiero sulle confessioni passate per assicurarci che siano state ben fatte, e se ne scorgiamo il bisogno rimediamo ai difetti che per avventura fossero occorsi. A me sembra che questo sia il mezzo più sicuro per vivere felici in mezzo alle afflizioni della vita, in fine della quale vedremo anche noi con calma avvicinarsi il momento della morte. E allora, con ilarità sul volto, con la pace nel cuore, andremo incontro al nostro Signore Gesù Cristo, che benigno ci accoglierà per giudicarci secondo la sua grande misericordia e condurci, siccome spero per me e per te, o lettore, dalle tribolazioni della vita alla beata eternità, per lodarlo e benedirlo per tutti i secoli. Così sia» (Capo XXVII).

Ecco quello che il Santo, educatore, sacerdote ed apostolo, mette al termine del suo lavoro, per dirla col Manzoni, «come il sugo di tutta la storia» della vita dell'angelico giovane che la Chiesa ci permette di venerare e ci invita ad imitare.

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